Parlare di se stessi e della propria vita è sempre impresa ardua.
Si rischia di cadere nell' ipocrisia, o peggio ancora, nell' esaltazione del proprio io.
Cercherò in queste poche righe di andare contro corrente, descrivendo la mia persona in maniera distaccata, come se mi dovessi guardare dall' esterno, dall' alto. Come mi vedo e come mi vedono coloro che mi stanno accanto.
La mia storia ha inizio molti anni fà, esattamente il 9 dicembre di un lontano anno, il 1977. Quell' anno succedono molti importanti avvenimenti, tra cui l' escalation delle Brigate Rosse che sconvolsero negli anni a venire il nostro Paese.
Alle sette del mattino vengo al mondo, terzo figlio dopo un maschietto e una femminuccia. Nei primi anni di vita dimostro la mia precocità diventando fin troppo attivo e sveglio rispetto ai bambini della mia età. Inizio, per dirla brevemente, a diventare un bebè pestifero.
Poveri miei genitori, quanto li compatisco in questo momento a molti anni di distanza. All' età di tre anni combino il primo vero guaio di una lunga serie . Come tutti i bambini di questo mondo, la mia prima 'stanza' dove passavo le giornate è il 'box' ,allora posizionato nel salotto di casa, luogo sicuro e privo di pericoli. Per gli altri bambini, quelli normali, luogo sicuro. Ma non per me. Non volendone sapere di stare al suo interno, unico posto dove ero al riparo da pericoli e dove non potevo combinare marachelle, inizio a dibattermi fino a sbattere la testa: mi procuro in questo modo la prima ferita che la mia persona porta traccia. Corsa all' ospedale e tre punti di sutura. Come sono riuscito a procurarmi un taglio abbastanza profondo è una domanda senza risposta ancora oggi. Un taglio sul lato sinistro della fronte è il bollettino medico. In fondo il mondo è cosi grande, perchè stare chiusi dentro un box? Avevo una voglia matta di scoprire cosa si celava dietro l' angolo, un poco come succede ora, con quella voglia incredibile che ho di scoprire cosa vi è in questo mondo, al di fuori della mia città. La voglia di scoprire quello che si nasconde ai miei occhi era molta, anche troppa ad essere sinceri. Da questo battesimo, i miei genitori capiscono che questo bambino dai capelli d' oro creererà loro non pochi problemi. Inizio a crescere, e a mettere i primi ricciolini biondi. Molti ricciolini. Un bambino adorabile all' apparenza. Solo all' apparenza. Dietro questi capelli biondissimi si cela un ' bestiot ' di pochi anni pronto a combinare guai appena si dava la possibilità. Incapace di accettare le decisioni e i rimproveri della mia famiglia mi portano a maturare un carattere ribelle. Vengono gli anni dell'asilo, ma data la mia indisponibilità alla scuola, elemento caratterizzante nella mia famiglia, i miei genitori prendono la decisione di non iscrivermi al primo anno della scuola materna. La paura che possa combinare guai o di seminare vittime all' interno dell' asilo è tanta in loro. Per questo motivo maturano la drastica decisione di evitarmi gli anni dell' asilo tenendo il mio indomabile carattere in mezzo a loro dalla mattina a sera: allegria! I miei genitori preferiscono avere un piccolo diavolo in casa che un diavoletto in giro per il mondo pronto a combinare guai appena poteva. Cosi, mentre i miei futuri amici si svegliavano presto la mattina, io posso dormire fino a tarda mattinata. Un pò come succede tutt' oggi. Arrivano cosi i miei cinque anni, passati tra mille capricci e soprattutto la molta disperazione della mia famiglia.

Come se non bastasse, a quell' età ricevo in dono dal mio zietto nonchè padrino, una vera motoretta! A motore, come quelle che scorazzano in giro nelle nostre città. Immaginate quale preoccupazione può arrecare un diavoletto seduto al manubrio di una due ruote pronta a sfrecciare ad oltre 55 km/h. Sono controllato a vista, sempre. Poche, pochissime volte sono uscito al di fuori del mio cortile. Troppo pericoloso. Ma vuoi per la mia abilità nella guida, vuoi per la fortuna sempre presente, riesco a scendere da quella due ruote sempre con i miei piedi. Nessun capitombolo, nessun rischio particolare ho corso. Pare, agli occhi dei miei famigliari, io sia diventato un bimbo responsabile, tranquillo come tutti gli altri bimbi della mia età. Sembra. Ma io , allora come oggi, sono pronto a stupire nuovamente tutti, pronto a trasformarmi in qualsiasi momento in quel vecchio bambino pestifero. E proptio in quegli anni di apparente tranquillità che ne combino una davvero grossa. Una delle mie. La mia verve eccentrica e instabile mi porta a compiere gli atti più incredibili, anche se sono un bimbo cosi piccolo e all' apparenza innocuo. Un sabato mattina, come da abitudine, corro incontro alla mia nonna di ritorno dal mercato cittadino. Imploro l' acquisto della solita macchinina 'del giorno'. Voglio precisare che da piccolo ogni santo giorno i miei genitori sono costretti ad comperarmi tot macchinine, altrimenti è la fine del mondo. Si può obbiettare, senza alcun dubbio, che sono troppo viziato.
Sicuramente. Ma nessuno di voi può lontanamente immaginare quali scenate sfodero, costringendo cosi anche l' animo più cruento a piegarsi alla volontà di un bambino piccolo piccolo. Alla mia volontà. Ma più passa il tempo, e più le mie pretese aumentano. Cosi da un giocattolo al giorno passo a volerne due, poi a tre e cosi via. Ho tutte le macchinine che l' allora tabaccaio espone in vetrina. Tutte le ho. Il banco al mercato dei giocattoli nasconde ' le draghe ' ( mia vera passione ) in suo possesso non appena mi vede passeggiare nei dintorni. Altrimenti scoppio in un mare di lacrime e non vi è modo di fermare l' uragano, cioè io, se non l'acquisto stesso del giocattolo. Il mio vecchio tabaccaio non sa come e dove nascondere i suoi giocattoli: io ho deciso essere tutte miei senza lasciarne alcuno agli altri bimbi. Piuttosto di non comprare nulla, faccio il diavolo a quattro per avere pure i doppioni. Una mania per me povero bimbo ( si fa per dire..). Una desolazione per i miei genitori. Ma quel giorno di sole, mia nonna decide che nessun giocattoloXXX comprato nulla, nessuna macchinina colorata e nessuna ' draghetta '. Le mie lacrime scorrono a fiumi, le mie urla sono sentite a chilometri di distanza. Decido che quella battaglia, come quelle precedenti, dovevo vincerla a qualsiasi costo. A quell' epoca ho la testa dura: ragiono a caldo ed arrivo a dire e soprattutto fare le cose più inverosimili ed incredibili. Decido sul da farsi. Dapprima allago il bagno di casa, e dopo qualche meritatissimo ceffone sfoderato da mia madre, mi chiudo in camera da letto dei miei genitori avvilito ma non vinto.
Oggi, a distanza di molti anni, non riesco a capire cosa mi è passato per la testa, quali pensieri e soprattutto quale forza ho trovato dentro me per compiere un' atto di quella portata. Convinto che anche quella volta avrei vinto io, mi apposto davanti alla porta della stanza. Porta in legno ma con un vetro posto al centro. In stile kick boxing, colpisco violentemente con il pugno il vetro stesso mandandolo in mille frantumi. Un colpo simile a quelli che Mazinga sfoderava in tivvù. Chi è presente nella camera adiacente rimane cosi shocchato ed incredulo da non riuscire a muovere un passo. Vedono il mio braccio penzolare in un buco del vetro dopo un rumore cupo. Accorre immediatamente mia madre consapevole di quello che ho combinato. Asciugamano al polso mi porta verso il primo rubinetto d' acqua più vicino. Vi è una profondissima ferita che corre parallelamente ai nervi, di circa dieci centimetri. Non una goccia di sangue il mio povero braccio martoriato, non una lacrima il mio viso. Non ricordo se per lo spavento, lo shok di quello che ho combinato o per chissà quale altro motivo, ma non scorre una lacrima sul mio viso fino all' arrivo in ospedale. Non appena il mio braccio viene a contatto con l' acqua fredda del rubinetto il sangue fuoriesce a litri. Mia madre soppravvive allo spavento senza svenire sul pavimento, e dopo avermi coperto il braccio prende la via delle scale con il piccolo diavolo, io per l' esattezza , raggiungendo la strada dove proprio in quell' istante soppraggiunge il mio papalino ignaro di quale guaio io abbia combinato. E di corsa tutti insieme al pronto soccorso dove mi vengono applicati 13 punti di sutura. Benedetto dal Signore, il destino vuole che nessun nervo viene leso seriamente da compromettere l' uso del braccio. Ma solo sfiorati. Quei nervi che, non appena messo il braccio sotto l' acqua fredda, si vedono nella ferita. Lo spavento è enorme a chi ha assistito a questo evento poco piacevole. Ma non per me. Torno a casa come se nulla sia successo, ma consapevole che, osservando gli occhi della mia famiglia, qualcosa di terribile ho commesso. Passati questi giorni di paura, inizio per la fortuna dei miei genitori la prima elementare.
Ricordo ancora ora quel primo giorno di scuola. All'ora dell'intervallo mi nascosi dietro la grande pianta nel cortiletto dove consumavamo la ricreazione, in lacrimoni. Sopraggiunsero tutte le ragazze mie compagne di classe a consolarmi. Che vergogna provai! In fondo non conoscevo nessuno, ero il più piccolo, e quel capello a caschetto che portavo mi distinguevano da tutti gli altri. Ma nonostante tutto quell'anno scolastico passò tranquillamente. L' estate fù nuovamente un disastro. Questa volta non per volere mio, una volta tanto. In una bella giornata di sole estivo, venne deciso dall' allora gruppetto di amici di mio fratello, di raggiungere il fiume Pò, distante circa un paio di chilometri dal punto di ritrovo dell' epoca, Traversa del quartiere. Tutti motorino alla mano, tranne io e mia sorella che eravamo i più giovani, partimmo alla volta di una giornata che avrebbe dovuto essere di allegria e divertimento. Io e mia sorella salimmo con un ragazzo, il più grande della compagnia, sulla sua auto. Una cinquecento color panna. Lui alla guida, io seduto sul sedile davanti e mia sorella su quello posteriore. Le cinture non avevano ancora fatto storia, e neppure si sapevano cosa potessero essere per la sicurezza delle persone. Sul rettilineo che portava all' utlima curva prima di giungere a meta, questo ragazzo tentò di accendersi una sigaretta, ma disgrazia volle che perse il controllo dell' auto che, dopo aver sbandato si infilò nell'adiacente 'bialera', capottandosi alcune volte. Non ricordo molto di quell' incidente se non il vetro anteriore che andava a schiantarsi contro la terra. Attimi. Inconsapevolmente uscii dall' auto, con al piede una sola ' esquadrillas', di colore azzurro. Non sentivo dolore, non ero scosso o shocckato. Non ero riuscito a comprendere cosa potesse essere successo e come si celava realmente il mio viso. Vedevo mia sorella in lacrime e sangue insieme a mio fratello, sopraggiunto poco dopo col suo motorino, con varie ferite al volto, di cui una molto profonda sul labbro. Caricati sull'ambulanza sbagliai immediatamente posto, sdraiandomi beato sulla barella. Ma dovetti abbandonare il lettino ai due feriti più gravi, mia sorella e il conducente dell' auto. Passai tre giorni all'ospedale, come se nulla fosse successo. Ma per i miei genitori fu l'ennesimo spavento che li portò a rischio infarto. E per noi, io e mia sorella, fù l'ennesima volta che qualcuno ci mise, come si suol dire, una mano sulla testa. C'è da ringraziare altresi' per questo fatto particolare. I miei genitori vennero avvertiti da un'amico nostro presente all' incidente, che li avverti' prima di raggiungere il pronto soccorso dove eravamo stati portati. Pochi minuti dopo che essi partirono in direzione dell' ospedale cittadino , il prete del borgo citofonò per metterli al corrente della disgrazia appena avvenuta. Se mai quell'amico non avesse avvertito il mio babbo e la mia mamma con precedenza sul prete, sarebbero davvero morti di spavento. Un prete che avvisa i genitori dell'incidente dei propri figli rappresenta la morte in casa. E devo altresi' ringraziare quell' agricolo bastardo che su sollecitazione di mio fratello per spronarlo a darci un passaggio all'ospedale cittadino, continuò con il suo lavoro blaterando che la sua macchina era nuova e non aveva intenzione di sporcarla di sangue. Vorrei sapere il nome di costui, perchè vorrei porgerli i miei saluti. A mio modo, ovviamente. Mia sorella fu comunque più sofrtunata rispetto a me, di giorni all' ospedale ne passò addirittura sei. Come sempre, da una parte sfortunato, ma dall’ altra, molto, ma molto fortunato.
Superato cosi questo periodo estivo ripresi la scuola, tra mille peripezie e pianti. Ero sempre più un diavolo, nel vero senso della parola. Ma non combinai molti problemi in quegli anni, fortunatamente. Superai cosi le elementari senza particolare problemi, se non per l’esame di disegno. Con la matita in mano mi sentivo a mio agio. Disegnavo molto bene, ma essendomi imposto dal maestro di allora di fare un buon lavoro, lasciai il foglio in bianco. Già da allora non amavo le imposizioni, anche se dovute e necessarie. Quello che dovevo fare lo decidevo da me. E quando qualcuno mi imponeva qualsiasi cosa, era certo che facevo il contrario.
Iniziai cosi le medie, vicino a casa. Elemento caratterizzante della mia vita scolastica. Tre scuole, elementari, medie e superiori, vicino a dove abitavo e abito tutt' ora. Sarebbe stato immaginabile per me svegliarmi la mattina quando il sole ancora doveva sorgere e partire con la cartella piena di libri. Meglio alzarsi 5 minuti prima il suonare della campanella. E molto spesso, 5 minuti dopo. Con l’inizio delle medie iniziò a formarsi anche quel gruppo di amici cui ancora oggi sono legato. Erano gli anni delle prime sortite serali e degli albori dell’ oratorio San Martino. Senz’ altro gli anni migliori, spensierati e senza problemi di alcun tipo. Le scuole medie passavano in maniera altalenante, tra ottimi voti e insufficienze varie. E tra un ‘vaff’ alla bidella di turno e le marinate di lezioni, evitai sempre la sospensione. L’esame andò benissimo, a contrario di quanto la put**** della professoressa di italiano aveva riferito sul mio conto alla commissione esterna. Uscii con una sufficienza, ma ero già fin troppo contento.
In quei anni prendeva in me la passione per quei colori magici che mai più avrei abbandonato.
Passione che mi ha portato a versare lacrime per sconfitte importanti, ma anche ad essere felice in occasioni particolari. Felice di vederla giocare, felice di vederla vincere il tricolore. Felice. La mia passione si chiamava Sampdoria. Non ricordo bene come nacque dentro me questo amore. Le mie testimonianze sono rintracciabili in pezzi di giornale ritagliati e incollati su un apposito quaderno, riportanti la data del 1988. Faccio presente che prima di lei non provai simpatia per nessuna squadra, come alcuni dicerie riportano. Nacqui blucerchiato, e blucerchiato rimasi. In quei anni amavo il calcio, quello pulito , quello di allora, dove la passione era tutto e dove una partita di pallone era una partita di pallone e non un mezzo per arricchirsi a spese di altri. Questa passione unita al mio carettere istintivo e a volte, per non dire spesso, incoscente, mi portarono spesso a scappare di casa per andare a vedere le partite della Samp. Nonostante fossi ancora un gagnetto incoscente ed egoista.
Nel frattempo ne combinavo di tutti i colori al nostro povero oratorio, diventato luogo di ritrovo pomeridiano. Cercavo il colpo ad effetto, o con una sedia appoggiata sulle porte da calcio da colpire, o una porta da spaccare, o ancora una racchetta da ping pong da tirare contro qualche vetro. Ero scalmanato, ma mai cattivo. Dapprima mi venne sequestrata la mia rampichino, unico caso al mondo di sequestro ad una bicicletta. Con i miei amici di allora, che in fondo sono ancora quelli di oggi, ho passato davvero gli anni più belli della mia vita. Alcuni, pochi, scalmanati come me. Altri, decisamente più tranquilli. La mattina si andava a scuola, il pomeriggio oratorio e la sera o nel cortile di casa mia, o nel campo di via Camini, che oggi, per via dell’ edilizia invadente, ha eliminato dalla topografia cittadina. I miei pomeriggi passavano cosi, tra un vetro rotto e una partita di calcio. La sera la si passava fino quando faceva buio per le vie del nostro borgo, o con il pallone tra i piedi a giocare a danese nei giardinetti di via Camini con due grandi alberi come pali, o scorrazzando con la bicicletta per le vie del borgo antico.
Mi chiedo se ancora oggi i miei amici si ricordano di quando salivamo tra mille pericoli, sul grande albero dalla ‘fontana’ di via Camini per colpire con la fionda le auto che passavano. O quando d’ inverno, tiravamo palle di neve ai finestrini delle auto in corsa. Solo ora mi rendo conto di quale spavento potevamo arrecare a chi era al volante, e quanto siano essi stati fortunati a non perdere mai il controllo della loro auto. La più grossa malafatta la combinai proprio in quegli anni. Era tempo di Natale, e il presepe della chiesa era stato costruito in tutta la sua bellezza. Grande novità ,era il ruscello che con l’acqua e le mille luci rendeva l’ atmosfera ancora più magica. Perché non provare a mettere il ‘più’ a questo presepe? E cosi mi venne in mente un idea cattivissima. Bloccare l’acqua che scorreva, costruendo una piccola diga con terra e muffa. Per costruire il primo presepe sul modello di Piazza San Marco a Venezia. Acqua alta in piazza San Marco. Si, cattivissima idea. E per di più, colti in flagranza di reato. Ma questa volta furono buoni con me, qualche tempo espulso dall' oratorio ma poi, dopo un paio di fioretti di poco conto, tornai a fare danni, anche se non più di quell’ entità. Al povero oratorio di San Martino passai gli anni più belli della mia giovinezza, incontrando quelle persone che ancora oggi mi accompagnano in questo viaggio chiamato vita. Non combinai più grandi marachelle, anche se credo di essere l' unico ragazzo a cui sia stata sequestrata la bicicletta per comportamento non regolamentare, fino all' espulsione a vita dall' oratorio, cha avvenne qualche tempo dopo. Ma venni riammesso, furono clementi con il povero bambino di nome Valdo.

Nel frattempo iniziai la mia avventura nel Saluzzo Calcio. Amavo il pallone, amavo per quelle emozioni che sapeva darmi. I primi calci ad un pallone iniziai a darli grazie al cartone Holly e Benji. E da allora non smisi più, neppure ora che la vecchiaia, ahi la vecchiaia, inizia a farsi sentire. Dapprima nel mio cortiletto, con gli inquilini del palazzo a protestare per le pallonate che le loro auto prendevano. Poi all' oratorio, al campetto di via Camini, e tutto dove vi era la possibilità di tirare quattro calci a quel pallone che tanto amavamo. Cosi, mi iscrissi per la prima volta ad una squadra di calcio vera e propria. Ma durò poco, qualche mese appena. Riniziai l' anno successivo, forte della compagnia che ero riuscito a coinvolgere con me in questa avventura, i due Paolini. Il primo anno fu davvero bello, eravamo un bel gruppo, e anche se non giocavo spesso, il divertimento era all' ordine del giorno. Le passeggiate per arrivare al campetto di via Grangia, con il nostro borsone, a volte più grande di noi, a tirare calci al pallone il più lontano possibile, e a volte anche oltre, magari al di fuori della rete di recinzione. Almeno alla sera quei palloni diventavano nostri...
Fu un anno di grandi soddisfazioni, eravamo un gran gruppo che giocavamo per divertirci ed eravamo davvero contenti e senza invidie. Feci pochi gol, tre per l' esattezza, ma due davvero importanti. Negli ultimi istanti di gara, e per di più contro la stessa squadra. All' andata e al ritorno.
Ma non amavo gli allenamenti, che spesso saltavo. Non riuscivo e, ammetto, ancora ora non riesco ad accettare di correre senza pallone. Per me allenarmi voleva dire avere il pallone tra i piedi, sempre e comunque. Schemi, off-side, azioni studiate a tavolino. Ecco, ciò non faceva per me, all' età di quattordici anni. L' anno successivo cambiarono molte cose, entrarono nella società persone che nulla avevano a che fare con il calcio, se non vedere il proprio figlio giocare. Anche magari a scapito di altri più bravi, ma si sa, il dio denaro compra anche i posti da titolare...
E cosi dopo un paio di anni si emigro' tutti insieme alla sponda rivale, all' Auxilium Saluzzo, dove vissi stagioni altalenanti. Non andavo d' accordo con nessun allenatore, non concepivo l' utilità di allenamenti basati solo sullo sforzo fisico. Cosi decisi di smettere a livello agonistico e di dedicarmi alle partite tra amici, molto più vere e dove gli insegnamenti di fondamentali del calcio e della convivenza con altre persone stava alla base di tutto. Iniziando attivamente la mia avventura nel mondo del calcio, iniziai a frequentare in quegli anni l' ambiente dello stadio. La prima volta avvenne all' età di quattordici anni, insieme a due miei amici. Stadio Marassi, la mia seconda casa, in occasione di Sampdoria-Torino. Partita tranquilla, nonostante le due tifoserie in perenne contrasto. Tutto si svolse in tranquillità, anche se due fatti ancora ora ricordo. Entrando all' interno della curva riservato al settore ospite, mi venne intimato dalle forze dell' ordine di aprire il mio zainetto. Ricordo perfettamente quel povero cretino di un poliziotto tenere con una mano il mio zainetto e con l' alltra la mia sciarpa della Sampdoria, nascosta per l' occasione, ma rispolverata da quell' immane asino che mise a repentaglio la mia incolumità. Il tutto mentre centinaia di tifosi di diversa fazione entravano nel nostro settore. Non concepisco come nessuno la notò, e soprattutto come non notarono il proprietario di quella sciarpa che si intrufolava nella loro curva. Forse feci pietà. All' uscita dello stadio fui invece scortato, io e quattro altre persone, dallo stadio alla stazione dei treni. Pattuglia, cordone di carabinieri, noi nel mezzo, e in fondo un' altra pattugiia. Essendo la prima volta che andavo allo stadio, rimasi allibito, non comprendendo il motivo di quella pagliacciata. Motivo che compresi poco tempo dopo. Da quella volta iniziai ad amare lo stadio, ad amare Marassi, ad amare l' ambiente e le emozioni che lo stadio regalava. Ma in quegli anni proprio a Genova, nei pressi dello stadio che io frequentavo, avvenne l' agguato al giovane tifoso del Genoa. Da quel momento mio padre odiò lo stadio, proibendomi di frequentarlo se da solo. Ma in me l' amore per la mia Samp mi portò a scappare di casa, a raccontare mille bugie, che spesso venivano scoperte. Ero incoscente, ho rischiato molte volte situazione pericolose. Forse fui risparmiato per la mia giovane età, in fondo prendersela con un quindicenne che sbandiera la sua sciarpa di fronte a un migliaio di tifosi napoletani a pochi passi da me, sarebbe stato da conigli. Salvo poi ritrovarsi lo stesso bambino a passare la notte sulle stesse poltrone nella stazione Brignole.
Nel frattempo iniziai il primo anno delle scuole superiori. La mia scelta ricadde sul Liceo Scientifico, appena inaugurato a poche centinaia di metri da casa mia. La mia avventura durò poco più di un mese. Mai, giuro mai, mi trovai cosi a disago con altre persone. Arricchiti maledetti, figli che credevano il loro babbo fosse Bill Gates. Questo si diceva alle scuole medie di coloro che frequentavano il Liceo. Già solo questo fatto mi rendeva il tutto antipatico. E i miei compagni, salvo rari casi di buone persone, non fecero nulla per smentire le voci che circolavano nei vari ambienti. Detestai molti miei compagni, tra cui diversi professori. Erano davvero compagni stupidi, e lo sono ancora oggi codeste persone. Iniziai cosi a marinare la scuola ,e dopo un mese passato tra voti alti e bassi mi ritirai, con grande dispiacere della mia famiglia. Avrei potuto iniziare in un’ altra scuola, in fondo era appena passato un solo mese dall' inizio dell' anno scolastico, trovandoci ad appena ottobre. Ma mi presi un anno sabbatico, come molti altri ne seguirono.
In quegli anni iniziai a frequentare le prime pizzerie e le prime discoteche. Facevo cosi la conoscenza di quel mondo esterno chiamato divertimento. I quattro dell’ Ave Maria, cosi eravamo soprannominati io e i miei tre compari, iniziavamo a prendere confidenza con 'la vita serale'. E con l’ alcool, ovviamente. Ricordo molto bene la prima volta che mi ubriacai. Era un pomeriggio primaverile, e si festeggiava il compleanno di un amica all’ oratorio Don Bosco. La vodka appena acquistata nel supermercato poco lontano, venne sequestrata dal prete di allora, essendo noi minorenni. Ma, dopo aver sfondato letteralmente la porta dove essa era stata nascosta dal prelato, essa ritornò tra le nostre mani. Bevvi, non molto, ma rimasi completamente ubriaco. Da quella volta, non smisi più di provare adorarazione per l’alcool, provandolo sempre in nuovi gusti e forme. La prima volta che misi piede in discoteca, poco tempo dopo la prima ciucca, fu invece al vecchio e mitico Flash Back di Borgo San Dalmazzo. Vi fù una scena divertente, in quanto dopo ore passate a ballare, uscii per cercare un amico che non trovavo più all' interno della discoteca. Lo vidi sdraiato sugli scalini al di fuori della discoteca, intento a dar libero sfogo ai rigurgiti dell' alcool. Io ero in stato a dir poco comatoso, ma in grado di camminare, se cosi si può dire. Ricordo la domanda più stupida che posi in quegli anni. Ne fece spese una povera barista del locale, che al sentirsi chiedere una camomilla bella calda, mi guardò allibita, credendo di essere presa in giro da un mocciosetto senza un filo di barba.- E no cara barista, non ti stavo prendendo in giro, la mia era una vera domanda. Stupida, si, ma era una domanda seria!-
Da quella prima volta al Flash, le serate in discoteca divennero una costante nelle uscite del sabato. Frequentavamo nell' ultima sera della settimana l' inimitabile EZE, il mitico Top Sound e le birrerie locali, in particolar modo la salagiochi di via Palazzo di città, punto di incontro e bevute della maggioranza dei giovani saluzzesi. In quegli anni prendeva in noi il vizio, che ancora ora si potrae, di cenare in qualche pizzeria, piola o ristorante nella serata del sabato. E dopo , tutti a divertirci in qualche locale facendo cagnara più possibile. La nostra seconda casa diverrà proprio il Top Sound, salvo qualche uscita in altre discoteche, quali l' Arena, per festeggiare a suon di alcool le feste delle scuole. Fu proprio al Top Sound che conobbi la mia prima vera e propria fidanzatina. Il mio primo bacio non fù molto romantico. Avvenne in pista, ormai quasi deserta vista l' ora tarda, sotto la musica dell' epoca che ancora ora ricordo e apprezzo. Quel bacio si protrasse ??? per molto, e continuò sui divanetti attigui all' entrata. E' cosi iniziò la mia prima vera storia, con questa ragazzina buonissima di Cuneo. San Pietro del Gallo per essere precisi. Ma io non avevo ancora testa, se non per il divertimento. E cosi fini' qualche mese più tardi, ovviamente per colpa mia. Una telefonata, una scusa banale, e tutto fini li. Fui davvero uno stupido, e solo ora me ne rendo conto. Mi piaceva molto, stavo bene insieme a lei, e non capisco il motivo per cui presi quella decisione. Credo sia stata l' unica volta fino ad oggi che mi comportai male con una ragazza, mentendo circa il motivo della mia decisione. Non la rividi più da allora.
L' ambito scolastico procedeva abbastanza bene nel frattempo. Avevo optato per Ragioneria, anche se ero completamente negato per i numeri e la matematica, in quanto non riuscivo a carpire l' utilità pratica nella vita reale di equazioni, rette e problemi vari. Per cinque lunghi anni fui sempre rimandato, di una o due materie a seconda delle annate. Matematica, sempre presente. Nei primi anni delle superiori iniziai ad avvicinarmi al mondo della lettura grazie ad un professore di italiano che detestavo per via del suo carattere distaccato ed acerbo nei miei confronti. Ma per questo li fui grato, l 'avermi pregato di leggere un libro nel periodo delle vacanze estive per tenere allenata la mente. Ricordo che optai per 'Il garofano rosso' di Elio Vittorini. Lo divorai in pochi giorni, venendo a conoscenza di quanto la lettura potesse essere magica. In me nacque cosi il desiderio di leggere i romanzi più importanti, dai 'dolori del giovane Werther ' del Goethe a Candido di Voltaire. Gli anni passavano, e in me la voglia di leggere trasformò la mia passione per i romanzi in quella per i libri di storia, appassionandomi cosi del novecento europeo. Amavo e amo tutt' ora la storia, quello che essa ha portato nel bene e nel male fino ai giorni nostri. Quello che è stato l' Italia, quello che ha rappresentato il mo Paese e lo sforzo compiuto da tante persone per la mia patria.
In quell' anno di prima superiore, mi regalarono per il Natale il mio primo personal computer. Era un regalo molto costoso, che di certo mai mi sarei aspettato dai miei genitori. Era una spesa non indifferente per un ragazzo di quell' età, un regalo davvero speciale. Era un Olivetti 286, che usavo quasi esclusivamente per giocare. Passai notti in bianco per battere tutti i record delle Olimpiadi Invernali, gioco preinstallato dove diventai imbattibile. Se penso ancora oggi a quel regalo, mi viene da ringraziare la mia famiglia ogni istante. Non per il computer in sè, ma per la voglia nei miei genitori di realizzare quei miei piccoli sogni , che poi erano in materia economica una non indifferente spesa per un ragazzino di quattoridici anni.
Superata cosi la prima ragioneria abbastanza facilmente, iniziali il secondo anno con qualche problemino. Rischiai di essere sospeso, unica volta in cinque anni, per essermi inventato un finto malanno abbandonando la classe pur di evitare l' imminente interrogazione di francese. Ma il preside di allora, che era di animo buono, dopo una telefonata alla mia famiglia optò per il rilascio su cauzione. Cauzione che consisteva in un maggiore impegno e maggior diligenza da parte mia. Ma soprattutto maggior rispetto degli orari di inizio delle lezioni, che mi vedevano entrare sempre con cinque minuti di ritardo.
Per qualche giorno divenni un bravo studente, ma poi ritornai il ragazzo che era solito arrivare a lezione già iniziata e senza cartella. E giornale sotto mano.
Pochi mesi dopo, ne combinai una che i miei genitori mi perdonarono solo mesi dopo. E in fondo, ora come ora, li posso capire. Il sabato prima di Pasqua di quell' anno si giocava una partita importantissima per la mia Sampdoria. Era in ballo la promozione in serie A. Cosi, partito alla volta di Genova nel primo pomeriggio subito dopo la scuola, arrivai nella città Ligure a fine giornata. Acquistato il biglietto, vidi la mia povera Samp perdere, e iniziare quel lento decadimento che la portarono ad uscire dalla lotta promozione. Finita la partita, non contento, aspettai all' entrata della stazione i tifosi del Napoli, sbandierando a pochi metri da loro la mia sciarpa, proprio sotto i loro musi. Scortati dagli sbirri, dopo un paio di minuti, vista la situazione che avrebbe potuto degenerare, viste le urla e gli insulti che i tifosi partenopei mi indirizzavano, un piedipiatto mi si avvicinò intimandomi che se non volevo avere seri problemi avrei dovuto andarmene. Segui il suo consiglio, e mi allontanai lungo la zona di piazza de Ferrari e lungo la zona Portuale. Il primo treno che faceva ritorno alla mia cittadina partiva esattamente otto ore dopo. Otto ore da passare a Genova, senza avere la minima idea di dove passare la notte. A sedici anni non avevo cognizione di cosa fosse delinquenza e pericolo in una grande città. Solo dopo aver attraversato il grande giardino nei dintorni della stazione Brignole, compresi la situazione alquanto critica. Vi erano prostitute e pusher neri in ogni angolo. La paura mi fece allontanare velocemente, e preferii ripararmi allì interno della stazione. Meglio barboni puzzolenti a negroni grossi e incazzati. Evento spiacevole, la presenza di alcuni tifosi del Napoli che non erano ancora partiti per la Campania. Era davvero 'tenero' vedere seduti nella sala d' aspetto tre napoletani sdraiati sulle poltrone con le loro sciarpe, e accanto a loro io. Il doriano. Io con la stessa sciarpa che poche ore prima avevo agitato incazzato davanti loro. Era ancora più tenero pensare che se non vi erano forze dell' ordine, io sarei finito dentro gli hamburger del McDonald' s come carne tritata. Passata la nottata con un occhio sempre aperto e all' erta, presi il treno della mattina, giungengo a Saluzzo per la colazione al bar dove poco dopo dovevo incontrare un mio amico. Amico che sarebbe venuto a festeggiare a casa mia la Pasqua. Perchè infondo io e lui la serata l' avevamo passata insieme, e la notte io dormii a casa sua. Almeno, la biografia ufficiale dice cosi...peccato che poi mio fratello venne a conoscenza del fatto, e per me furono guai.
Quell' anno per la prima volta abbandonai Saluzzo per festeggiare il Capodanno in terra francese. La meta, come per gli anni a venire, fù Saint Tropez. Si parti' in auto dello zio di un amico un paio di giorni prima il 31. A questo capodanno partecipavano i componenti dell' Ave Maria.
Ovvero io e i miei tre grandi amici dell' epoca. Il 31 dicembre ci eravamo concessi un bagno nelle acque gelide del golfo di Port Grimaud. Solo la buona sorte volle che la nostra salute non ne risentisse, considerando che il viaggio per ritornare al nostro alloggiamento avvenne in scooter, in tre e 'addobbati' di solo costume. La nostra intenzione era passare la serata del 31 dicembre in qualche discoteca della cittadina tanto rinomata. Ci presentammo all' entrata del Papagayo verso le undici e mezza, ma avevamo poche chances di poter festeggiare l' ultimo dell' anno all' interno della discoteca. Infatti l' ingresso ci venne vietato e cosi ripiegammo sul Cafè de Paris. La mezzanotte passò senza che nessune se ne accorgesse all' interno del locale, se non per una birra che il cameriere versò sulla schiena del mio amico. La serata si concluse in bellezza. Sette chilometri a piedi ci aspettavano alle tre del mattino. Un incubo, i miei poveri piedi fumavano. Prima di partire per le terre del Marchesato, successe un fatto di cui venni incolpato ingiustamente, e da quel momento il viaggio di ritorno divenne lunghissimo per me. Giunti ognuno alle proprie case, io non sentii più nessuno e nessuno si fece più vivo, nè personalmente nè telefonicamente. Cominciarono cosi sei lunghi mesi, cambiai amici e compagnia. Feci amicizia con molte persone, ma il 'mio gruppo' ,i miei veri amici erano altri. Dopo diversi mesi venne ristabilita l' amicizia con un ragazzo che ancora oggi ringrazio, uno dei miei più grandi amici che la vita mi abbia offerto. E mi ritengo fortunato di questo. Ripresi cosi le sortite nel gruppo, mentre nel frattenpo la persona con cui vi erano stati dissidi si era 'allontanata'.
Non commisi nessun crimine negli anni scolastici che seguirono, per la gioia di professori e della mia famiglia. Ogni tanto, per non dire spesso, marinavo le lezioni, in particolar modo quelle di educazione fisica, rischiando cosi, a testuali parole dell' insegnante, di essere rimandato a settembre. Cosa che non avvenne mai. Stavo spesso a casa, un mese e mezzo circa per annata scolastica. La vita era mia, ed ero io che decidevo se andare o no alle lezioni, nonostante le insistenze della mia famiglia. Arrivai cosi incredibilmente all' ultimo anno, tra alti e bassi. Voti buoni nelle materie dove i numeri erano esclusi, voti bassissimi dove i numeri regnavano. L' ultimo anno lo presi alla leggera, l 'esame non mi preoccupava come la maggior parte degli studenti. Entravo in classe senza cartella e con il giornale sotto mano, rigorosamente a lezione già inoltrata. Dopo aver dormito qualche ora sul banco, le rimanenti ore fino al suono della campanella ero solito passarle per i corridoi, nell' aula buca o in bidelleria. Trasformata molto presto in 'bordelleria'. La gita rischiò invece di trasformarsi in un disastro, che solo la fortuna e il caso volle risolvere. Ad Atene passai la serata con i compagni dentro un discopub della città. Bevvi cosi tanto che non appena tornammo all' albergo scappai dalla tutela di una mia compagna a cui ero stato affidato vista la mia incapacità di 'intendere e volere', e tornai nello stesso bar per fare chiusura. Era praticamente chiuso, e nel momento in cui dovetti fare strada di ritorno, capii che non ero a conoscenza di quale via dovevo prendere. Praticamente, senza essere a conoscenza del nome dell' albergo e della via dove era ubicato, senza soldi, ubriaco fradicio, unicamente la dea bendata poteva farmi trovare il mio hotel. Ricordo di aver discorso con degli ateniesi sulle nostre rispettive fedi calcistiche, di essermi appisolato su una panchina in un giardino pubblico e di aver orinato sul muro di un palazzo. Completamente inebetito, mi trovai davanti il mio hotel, dopo ore passate a camminare senza un dove e un perchè. Miracolato.
Ormai ero conosciuto all'interno della scuola, erano a conoscenza i poveri insegnanti che ero irrecuperabile, e si auguravano che potessi comportarmi bene almeno all' esame. A differenza di molti altri miei compagni l' esame non mi preoccupava, conscio delle mie possibilità e del fatto che un briciolo di intelligenza poteva aiutarmi molto più di ore passate sui libri. Fui fortunato, in quanto uscirono materie molto abbordabili. Italiano e geografia agli orali, italiano e ragioneria agli scritti. Per quanto concerne italiano mi ero preparato bene durante l' anno, e anche nello scritto avevo una media del 7,5 negli ultimi tre anni. Studiai invece geografia tre giorni prima sul testo di una mia compagnia, in quanto i soldi per il suo acquisto erano stati giocati alla snai nel mese di settembre. Andò male la scommessa, e il libro di testo rimase quindi in cartolibreiria. Ma nonostante ciò geografia andò ottimamente, usando un poco di fantasia e acume risposi correttamente a tutte le domande, e ringrazio ancora ora di aver avuto una commissione che guardò esclusivamente all' andazzo dell' esame in sè, che mi portò ad uscire con un ottimo ed insperato 47, ovvero la media dell' otto.
Ovviamente dopo cinque anni di studio, si fa per dire, un poco di riposo era necessario. E cosi iniziò un altro anno sabbatico, uno dei tanti nella mia vita.
Poco dopo essermi diplomato, iniziai noiosamente a prendere lezioni per avere la tanto agognata patente di guida. Frequentavo i corsi di scuola guida unicamente per via della segretaria, una bellissima ragazza. Altrimenti avrei marinato anche quelle stesse lezioni. Mi presentai all' esame preparatissimo, e soprattutto sicuro di essere promosso. Sicurezza che era data dalla mia preparazione, accurata in ogni piccolo dettaglio. Invece come sempre succede, la sicurezza mi tradi', e mi trovai bocciato con cinque stupidi errori. Io convinto di essere promosso, e invece bocciato. Il mio amico che aveva dato l' esame con me era convinto di essere bocciato, e invece fù promosso. Amico a cui offrii da bere pochi istanti prima di venire a conoscenza dell' esito dell' esame. Vista la sua tristezza e desolazione ma soprattutto vista la mia allegria, una buona birra ci voleva. Stati d' animo che mutarono in due brevissimi minuti. Io bocciato, lui con le porte aperte all' esame di guida. Incredibile. La sfortuna si abbattè nei miei confronti, cosicchè la scuola che frequentavo chiuse nel mese di agosto, trovandomi cosi a poter ridare l' esame di teoria solamente nel mese di ottobre. Esame che superai brillantemente pur, questa volta, non avendo passato mezz' ora sul libro dei test. Si aprirono quindi anche per me le porte dell' esame di guida, che venne superato facilmente dopo le troppe guide che mi erano state imposte dall' istruttore. E cosi venni in possesso di quel pezzo di carta rosa tanto sognato. Quel foglio di carta che, erroneamente, crediamo ci apra le porte della completa libertà personale. Venni cosi in possesso della patente esattamente una settimana prima del mio diciannovesimo compleanno. La prima auto che guidai era una Y10 4x4 bianca, auto che solo io e il prelato di San Lazzaro eravamo in possesso. Due persone agli estremi. Divenne presto un' auto mito, capace di qualsiasi performance. La mia incoscenza al volante venne messa al sicuro solo dalla fortuna e dal caso. Nonchè da qualche angelo in paradiso pronto a salvare la pelle ad un ragazzino il quale non aveva ancora compreso il pericolo che correva e soprattutto il pericolo in cui trascinava altre persone. Ero molto sicuro al volante, come tutti i neopatentati. Sicurezza che in aggiunta al mio esser 'pazzo' mi portarono a compiere le imprese più particolari, più illegali, più stravaganti. Il caso volle che la mia pelle venne sempre risparmiata, non avendo di conseguenza particolari incidenti in quei primi mesi da neopatentato.
Nel frattempo la mia nonna si era gravemente ammalata, malattia che non l' abbandonò fino agli ultimi giorni di vita. Vita che venne presa per mano dal destino nel mese di novembre di quello stesso anno. Ma ringraziando il cielo visse tranqullamente gli ultimi mesi che la separavano dal nuovo e miglior mondo. Non avevo avuto nella mia vita la fortuna di conoscere nessun altro nonno, se non la nonna materna. Ma ero troppo piccolo quando essa se ne andò. Persi quindi l' occasione di conoscer bene questa grande persona cosi come non ebbi la fortuna di venire a conoscenza dei due nonni paterni. Lei era l' unica nonna che mi rimaneva, e a cui tenevo, anche se a volte con punti di vista contrastanti. Fù una perdita molto grave, per me e la mia famiglia. Ma l' unità nostra ci fece uscire dal dolore ricordandola sempre sorridente, e con quella vena sarcastica tipica sua.
Quell' estate, tre mesi prima di questa perdita in ambito familiare, ebbi la fortuna di intraprendere il mio primo vero viaggio all' estero. La destinazione scelta era la mitica terra scozzese. Riuniti i partecipanti a codesto viaggio, organizzammo il tutto pochi giorni prima di partire. Viaggio aereo fino a Londra, quindi a Edimburgo con un auto presa a noleggio, e da qui alla scoperta della terra di Scozia. Fino a far ritorno, molti giorni dopo, al punto di partenza, ovvero Londra.

Paolo si rivelò per i totali quattro mila chilometri e più, un perfetto guidatore, nonostante la guida a sinistra potesse creare numerosi problemi. Toccammo cosi tutte le principali località scozzesi, dal mitico Loch Ness al Castello di Highlander, dall' isola di Skye alle terre del Glenn Grant. Furono due settimane intense, passate in mezzo al verde, con le nostre tende e i nostri enormi bagagli. Era una vacanza alla buona, dove si decideva sul momento la meta del giorno successivo. Al ritorno dalla terra scozzese, ci condcedemmo ancora qualche giorno a Londra prima di partire per la nostra Patria. Ma la partenza venne anticipata dato il costo della vita esorbitante della capitale inglese. La botta finale che ci portò a prenotare ben tre biglietti aerei a testa per il ritorno, furono quattro panini e quattro mini bottigliette di acqua naturale pagate la bellezza di sessanta euro attuali. D' accordo l' essere a Piccadilly Circus, ma cosi era davvero troppo per le nostre finanze.
Una volta tornato da questo viaggio, e pochi mesi dopo aver conseguito la patente, in una sera di elevata 'alcolimetria' nel sangue, andai incontro al mio primo piccolo vero incidente d' auto. Riuscii a rovinare la marmitta della mia povera auto urtando un marciapiede, a fare un inversione di marcia in una curva pericolosissima, e a scheggiare il fanale anteriore schiantandomi contro un' altra auto parcheggiata. Il tutto senza accorgermi di nulla, se non la mattina seguente. Per il resto, mai urtai l' auto nei mesi che seguirono. Nessuna riga, nessun ammaccamento. Sembravo un bravo ragazzo, diligente e con senso di responsabilità. Ma non era proprio cosi...a volte l' apparenza inganna. Una sera di agosto, a causa del morale basso e dell' alcool dilagante, imboccai la via dei portici saluzzesi con la mia auto, tra lo stupore generale di chi era tranqullamente assiepato nel dehors di Loreana e del Principe. Alcune persone usciro da tali locali, non sò se per incitarmi o per maledirmi. Proseguii con i portici del Turn Over, quindi quelli di Polla. E per finire in bellezza, riuscii in non sò quale modo, ad entrare in quelli che si affacciano lungo Corso Italia. E' matematicamente impossibile da sani, come ci riuscii da ubriaco non è dato sapere. Continuai imperterrito fino a raggiungere il punto da cui ero partito dove siedevano i miei amici ancora imbalsamati dallo stupore, Silvio Pellico. Tra la loro incredulità, stupore e non so quale altro aggettivo usare, mi avvertirono di scappare il prima possibile in quanto una pattuglia si aggirava nei dintorni. Forze dell' ordine avvertite con tutta probabilità da qualche passante. Di per sè è già un impresa particolare, ma fatta alle undici e mezza di un sabato sera, la rende da ergastolo. Mi andò bene, protetto come spesso accadde, da qualche angelo che posò sulla mia capoccia una mano a ragguardare la mia salute ma soprattutto, fortunatamente, a quella degli altri. Cosa decisamente più importante. Ma per spiegare questo mio gesto, davvero incomprensibile, devo tornare indietro di qualche mese. Certo, l' alcool aveva la parte maggiore in questa mia azione, ma era stato il tutto aggravato da una situazione che si stava protraendo??? da alcuni mesi. Non voglio trovare una scusante, voglio solo puntualizzare la situazione. Avevo conosciuto qualche tempo prima una persona che da subito mi aveva affascinato. Allora ovviamente. (oggi come oggi mi chiedo come potessi...come poteva il mio cuore battere per...mah, mettiamo una pietra sopra al mio pensiero e passiamo oltre.) Sta di fatto che il mio cuore ne rimase preso, troppo. Le sue rimostranze, i suoi finti passi verso la mia persona, le sue false parole, aiutarono ad accrescere la mia autostima e il mio sentimento verso di lei, che poi di colpo venne tradito in una fredda sera di novembre. La sua mancanza di sensibilità, fece si che in pochi giorni tutti quei sentimenti che portavo dentro me, scomparissero in un batter di ciglio. E per questo, devo essere sincero, la ringrazio. L' averni fatto capire quanto realmente valeva la sua persona, l' avermi fatto risparmiare tempo, denaro e sofferenza. Ma le cose andarono non troppo bene per codesta ragazza, e cosi come sempre succede, tornò sui suoi passi. Provai a far riesplodere i vecchi sentimenti che erano in me pochi mesi prima, ma forse la mia delusione era stata cosi grande, che la nostra storia durò davvero poco. Giusto il tempo per capire che oltre ad una fredda amicizia non potevo concederle. E' forse era già troppo. Meglio cosi, davvero. Oggi mi ritengo molto fortunato a pensare che i nostri binari non si incontrarono nel momento giusto, io virai prima in sua direzione per convinzione di sentimenti, lei poco dopo. Ma, forse, solo per convenienza di vita.
La sera successiva all' imbocco dei portici saluzzesi, anzichè rendermi conto di cosa avevo combinato la sera prima, commisi un' altra grave infrazione. Anzi due. Per colpa di un auto che procedeva lentamente, sorpassai codesta auto invadendo la corsia opposta intermezzata dallo spartitraffico Destino volle che nello stesso momento sopraggiungesse in senso contrario una pattuglia di carabinieri. Mi puntarono il faro, ma io scappai più veloce della luce, saltando nella fuga qualche altro semaforo che di certo non mi dava via libera. Vidi in lontananza nello specchietto retrovisore la pattuglia fare manovra e mettersi al mio inseguimento. Trovai un piccolo angolo al buio, dove rimasi per una buona mezz' ora nascosto, seminando cosi quegli sbirri che cercavano di scovarmi. Dopo queste due 'cazzate' nell' arco di due soli giorni decisi di comportarmi bene alla guida per qualche tempo, promessa che mantenni. Tranne i sabati sera.

In quegli anni inziavo a seguire la mia Sampdoria anche nelle partite giocate in trasferta, non più unicamente in quelle casalinghe a Genova. I miei genitori, mio padre in primis, continuavano a detestare quel mondo per loro violento chiamato stadio. Io credo che quel mondo non sia cosi come la mia famiglia e molte altre persone lo vedono. A mio avviso lo è solo per chi vuole esso lo sia. Se una persona di senno vuole evitare problemi per andare a vedere una partita di pallone, sà dove non andarsi a mettere o le regole basilari da seguire per non incappare in problemi di ordine pubblico. All' epoca non avevo la concezione di quanto pericoloso potesse essere andare a vedere una partita di calcio comportandomi inconsciamente. Sbandieravo felice e orgoglioso la mia sciarpa, senza comprendere che per la propria squadra si può finire picchiati, se non morire. Nonostante l' incoscenza che regnava nella mia persona, non ebbi particolari problemi fino a quei tempi. Ero ancora un ragazzino, e prendersela con un bambinetto non avrebbe fatto molto onore per un tifoso. Per questo motivo la mia persona venne sempre risparmiata. Col tempo iniziai a ragionare maggiormente con la mia testa, per via dell' esperienza accumulata di situazioni vissute frequentando il mondo degli stadi, mettendo cosi al riparo la mia incolumità fisica. Ogni anno mi concedevo quattro o cinque partite, tra Genova, Milano e Torino. Solo più tardi seguii la mia Samp al di fuori delle tre grandi città del Nord. La gradinata era ed è un luogo bellissimo, dove solo chi vive quei momenti può comprendere il suo valore e la sua bellezza. Era dura, finire la scuola il sabato, fare festa la sera, partire la notte stessa e dopo una giornata passata a camminare e a gridare, tornare la sera a casa dopo altre quattro ore di treno. E il giorno seguente, lezione. Dura, ma non impossibile quando la passione che mi legava e mi lega tutt' ora alla mia Sampdoria è cosi forte.
Passati i tempi della scuola, dopo un' anno sabbatico come molti altri ne seguirono, iniziai l' avventura in quel mondo a me fino ad allora sconosciuto: il mondo del lavoro. Dopo un' anno passato a cercare qualcosa che potesse fare al caso mio, trovai quasi per caso questa occupazione. Di amministatori delegati o vicepresidenti le aziende non andavano alla ricerca, e cosi abbassai le pretese, e divenni un membro della grande famiglia delle poste italiane. A dire il vero non ero un dipendente delle Poste stesse, ma di una ditta il quale aveva l' appalto presso esse. L' occasione di entrare a far parte di questo grande mondo chiamato lavoro avvene in un incontro puramente casuale con un amico. Destinato esso ad entrare a far parte del servizio civile, pensò di avvisarmi del posto vacante da lui lasciato. Si trattava di un lavoro part-time, che consisteva nel sostituire i miei colleghi che per un motivo o per l' altro non potevano presenziare al lavoro. E cosi, il giorno dopo mi trovai per imparare cosa questa mia occupazione trattasse. In parole povere ero autista di un furgone che, dalla mattina alle ore 5.30 fino alle ore 15.30, vagava per le strade della valle a consegnare e ritirare sacchi di posta, denaro e valori. La meta finale del viaggio di andata era Crissolo, dove finivo il primo giro di lavoro e dove passavo tre ore circa in attesa di ripartire per il ritorno. Ore passate tra bar, dentro il furgone a dormire e a consumare il pranzo. D' estate era spassoso, potevo rilassarmi alla 'spiaggia' a prendere il sole e ad ascoltare musica. D' inverno, un poco meno. Sotto la neve o la pioggia, faceva non poco freddo. Diciamo un freddo tipo Polo Nord. E poi si ripartiva, per il giro inverso. Guidare è la mia passione, lo è sempre stata. Quindi per me era un divertimento, anche se a volte, spesso, rischioso, e anche se gli orari erano poco ortodossi. Ma non importava, se potevo guadagnare divertendomi, che avrei potuto volere di più dalla vita? Vi furono molte situazioni strambe, persone strane che conobbi, piccoli incidenti di percorso. Trasportavo valori, cifre 'importanti' che a volte mi impressionavano per quanti zeri vi erano dopo la prima cifra! Trasportavo soldoni, e guidavo un furgone il cui valoro commerciale era pari a zero o poco più. Era disastrato, perdeva pezzi ogni giorno che passava facendo la fortuna del meccanico saluzzese che lo aveva in cura. Un giorno sulla strada che da Paesana porta a Crissolo, alla ripartenza da uno stop ricordo di aver perso il portellone laterale. La fortuna volle che nessuno sopraggiungesse in quel momento, altrimenti io, o meglio il portellone, avrebbe avuto qualcuno sulla coscenza. L' opera di ammodernamento consistè nel legare il portellone stesso con dei lacci trovati per l' occorrenza in modo da non perderlo successive volte. Ovviamente non si può sempre dare colpa alla vecchiaia di detto automezzo se a volte si ammaccava, in quanto a volte errò anche il suo autista. Come quando andai in retromarcia senza veder sopraggiungere un auto che stava parcheggiando o quando a Saluzzo un vecchietto truffaldino mi venne 'dentro'. Salvo poi prendermi tutte le colpe io, compresa la multa molto salata. Ma entrambe le volte non ci fù spargimento di sangue, ma solo piccoli danni per gli automezzi.
In quegli anni un piccolo nuovo gruppo andava a formarsi. Fù un periodo breve ma intenso. Grazie ad un' amico venimmo a conoscenza di tre ragazze saluzzesi. Si stabili una bella amicizia, che in un caso fini in un grande amore, in un' altro caso, il mio, in un' amore illusionario. Conobbi cosi una persona bella esteticamente, ma non altrettanto caratterialmente. Durò poco, in quanto non ero stato un buon fidanzato, come si conviene. Per il suo compleanno decisi di regalarmi un bel biglietto per Sampdoria-Juventus. Purtroppo dopo un viaggio estenuante non trovai ad acquistare il biglietto e cosi dovetti sorbirmi la partita al di fuori dello stadio stesso, senza saperne il risultato. Lasciatomi entrare in gradinata a poco meno di cinque minuti dalla fine delle ostilità, la mia Sampo si trovava in vantaggio per uno a zero. Riuscii però a non mancare all' incredibile papera di Ferron che permise a Inzaghi di pareggiare il risultato a tempo ormai scaduto. Il tutto sotto i miei occhi, sotto la mia curva, dove quel maledetto bianconero decise addirittura di esultare. Fu la prima e l' ultima volta che decisi di portare la telecamera e videoregistrare una partita. E di li a pochi anni, decisi di smettere anche con la macchina fotografica per immortalare il risultato che appariva sui tabelloni luminosi. Fu quindi una bellissima domenica, terminata a casa di un amico dove vi giunsi verso le dieci di sera. Lei, la mia fidanzata, festeggiava il suo compleanno. E ci trovammo cosi seduti in giardino, io e lei, in una serata che stava terminando molto romanticamente a bere il malibù con sapone. Si sapone, allegramente offerto dai miei amici. Ormai la mia bocca accettava qualsiasi cosa dopo una giornata di questo genere. La sua, anche. Fini' poco dopo, ma forse fù meglio cosi. Lei iniziò l' università, e pian piano ci allontanammo fino alla rottura definitiva, che avvenne al To Like in un giovedi autunnale. Era una storia iniziata male, e come spesso accade, finita peggio. Eravamo convinti che qualcosa avrebbe potuto nascere in noi, ma a parte l' attrazzione fisica non vi era null' altro. Due caratteri diametralmente opposti, stili di vita opposti. E la mia incapacità di rinunciare alla mia vita scendendo a compromessi, portarono ben presto il rapporto in alto mare. Rapporta che continuò a dilungarsi ancora per diverso tempo, fino a quando in quella sera venne messa la parola fine. Continuammo a frequentarci ancora per qualche mese. L' altra coppia procedeva a gonfie vele, e solo il destino l' impedi' l' amore eterno. Fu' un bellissimo periodo, forse un poco più serio a quelli a cui ero abituato. Forse troppo serio per il mio stile di vivere. E cosi tornai alla vecchia vita, fatta di alcool, guida spericolta e le solite sortite alla 'drancia'. Era proprio in quei periodo che i primi amici conseguivano la patente. Ed io insieme a loro. Si partiva durante la settimana verso le mete più incredibili. Andavamo a far pipi' sul versante francese, immediatamente dopo il tunnel del Tenda. Ma prima ci aspettava una bella bottiglia accompagnata da un buon salame da Evaristo, il piccolo bar all' imbocco del tunnel. O quando si partiva per raggiungere Sestriere, salvo poi abdicare a causa dell' alcool dopo una cena consumata qualche chilometro prima di entrare nella cittadina sede dell' olimpiade invernale. E che dire di Elva, a 'dranciare' lassù tra i monti? E si, con Tatone passai un gran periodo, giravamo parecchio, uscivamo tutta la settimana dai confini saluzzesi. Altro che cozzare nella cittadina del Marchesato.
L' estate seguente insieme ad un ragazzo di mia conoscenza partimmo in viaggio verso l' Austria e la Repubblica Ceca. La prima tappa da noi stabilita era Mathausen. Rimasi colpito da quel luogo, come è normale che sia. Immaginare in quel silenzio quello che rappresentava un tempo quel piazzale, e quello che rappresenta ancora oggi per i sopravvissuti, mi metteva i brividi. Non la considero debolezza, perchè non ho mai provato pietà o dolore per persone a me sconosciute. Ma era davvero un ambiente particolare che mi segnò nel profondo. Immaginare che centinaia di migliaia di persone entrarono da quella tanto famosa porta, per non farne mai più uscita, sciolse in parte il mio animo. Ci sono molte cose che non condivido di questo periodo, ma credo che chiunque, nella propria vita dovrebbe fare un' esperienza di questo genere. E' un insegnamento a cui nessuno può scappare, cui tutti devono avere occhi per poter capire quanto l' animo umano sia cosi crudele e incomprensibile, per certi versi. Tornai cosi dopo questo viaggio con un animo più comprensibile, e con un occhio meno critico verso quelle persone che perirono in quei luoghi. Il viaggio prosegui' molto bene, tra Salisburgo, Vienna (un museo all' aria aperta, una città magnifica) e Praga. Di Vienna me ne sono innamorato, magari un giorno ci andrò a vivere.
Con questa esperienza estiva iniziai a capire quanto potesse essere bello ed entusiasmante viaggiare. A quanto possa essere piacevole visitare paesi stranieri, a quanto sia bello passeggiare in mezzo alla gente diversa da noi per cultura, lingua, religione e usanze. Capii a quel punto che il mio amore per i viaggi non si sarebbe limitato ai viaggi estivi, ma che sarei stato perennemente in viaggio. Il mio sogno era quello di vedere ogni angolo di questa magnifica, splendida, entusiasmante terra. Ogni luogo, ogni città aveva qualcosa da offrirmi, e io ero li pronto ad accogliere tutto quello che mi veniva offerto. Iniziai cosi i miei peregrinaggi in Italia ed in Europa, che mi portarono in poco più di 24 mesi a mettere piede sul suolo di più di quindici stati diversi. E questo mio viaggio, continua ancora oggi. E mai avrà fine.

Mentre questo periodo passava pieno di entusiasmo, tra viaggi e serate alcoliche, alcuni nuovi amici andavano ad incrementare la composizione del nostro gruppo. Due new entry molto gradite, due persone a cui mi legai subito molto. Il primo fu Cocco, che per caso iniziò a frequentare la nostra compagnia, diventando parte attiva poco dopo. Giungeva col suo motorino e il suo casco da sci in testa, e nel silenzio assoluto partecipava alle nostre serate. Col tempo divenne parte insostituibile della nostra compagnia. Ma ancora prima di Cocco avevamo fatto la conoscenza di Alessandro, cui sono legato da una profonda amicizia. Due persone particolari che portarono nuovo brio al nostro gruppo sempre più numeroso. Erano quelli tempi di un gruppo molto allargato, serate che passavano tra le cene da Ribotta, dove la salmonella spopolava, e le serate in birreria ad ingolfarci di alcolici. Ribotta era un noto ristorante o piola, a seconda di come lo si voleva interpretare. Sevizio alla buona, buon vino, cene abbondanti e prezzi ristretti. Il massimo per noi giovincelli. Ovviamente si entrava tirati a lucido e si usciva in stato di ebbrezza dilagante. Una sera fui obbligato a far guidare la mia autovettura a Fabio, privo di patenti, vista la mia inebetità reale del momento. Le cene a Envie venivano intervallate nel periodo estivo da quelle a Valmala, da Fau***o. Qui facevamo chiusura, spegnevano le luci e capivamo che era giunto il momento di abbandonare il locale e tornare a valle. E la cameriera con i baffi me la ricorderò per sempre. Amabile come poche altre.
Accadde un fatto spiacevole in quell' estate che ci allontanò da un amico che ancora oggi considero uno dei più veri che io abbia. Lascio stare di chi era maggiormente la colpa, non mi sento di attribuirla nè a me o i miei amici, e nemmeno al diretto interessato. Mi limito a dire che le colpe le avevamo un poco tutti, ma il destino volle cosi, e le nostre strade si separarono, salvo poi tornare ottimi amici anni dopo. Voglio altresi' porre un particolare ringraziamento a quel cretino che invece di farsi i cazzi suoi, pensò bene che il buon samaritano della situazione si addiceva alla sua persona. E ringazio altresi' il fatto di non essermi comportato nei suoi confronti cosi come lui si comportò nei miei dei miei amici. L' essere superiore mi portò a snobbare quel cretino. Meritatamente.

Il 31 dicembre dello stesso anno io ed la mia compagnia, questa volta molto più numerosa rispetto al passato, ritornammo a festeggiare questa data a Saint Tropez. Un fatto spiacevole pochi giorni prima di partire non minò la mia felicità di passare qualche giorno di vacanza, anche se mise a dura prova la mia tranquillità. Due giorni prima della partenza, venne mandato in frantumi il vetro della mia autovettura. Mi venne rubato il cellulare, dimenticato nel portaoggetti come spesso succede dal sottoscritto, e il portafoglio, nascosto sotto la sciarpa. Mi assumo la responsabilità dell' aver dimenticato il tutto in auto. Ma in fondo Saluzzo non era Torino, e alle cinque del pomeriggio in un luogo di passaggio, mai più avrei immaginato che dei delinquenti, extracomunati ovviamente, potessero in cosi poco tempo frantumare un vetro di un auto e portare via tutto quello che al suo interno vi era. Auguro a costoro di poter far ritorno alla loro terra, e nel mezzo del loro viaggio vedere il gommone con cui sono salpati affondare, loro e le loro famiglie. Che siano maledetti. Partii comunque, seppur molto amareggiato per la grande perdita economica dell' evento, a cui si andava ad aggiungere la non indifferente spesa che questa vacanza comportava. Fu un bellissimo capodanno, uno degli ultimi che passammo tutti felicemente insieme. Il vero gruppo era riunito per intero, tutte le persone a me care, e a cui posso attribuire l' aggettivo di 'amico' , erano presenti. Ho una foto di allora, che custodisco ancora oggi gelosamente, a ricordare di quei tempi passati dove eravamo molto uniti, e soprattutto dove una persona in particolare era ancora tra noi, essendo partita anni dopo per un lungo viaggio.

Frattanto il lavoro alle poste continuava allegramente, cosi come allegramente la mia vita scorreva. Quell' estate si decise per il mese di agosto di salpare tutti insieme, soli uomini ovviamente, per le mirabolanti terre spagnole. Un guaio, come sempre succede, accadde poco prima di partire. All' ultimo mi vennero revocati dal mio datore di lavoro due giorni di ferie. Dovetti cosi rimandare la partenza. Rimasi deluso dal comportamento di alcune persone in quanto partire alle undici di sera o all' una di pomeriggio non avrebbe cambiato di molto i piani che ormai ci eravamo prefissati.Pazienza, ormai potevo unicamente prenotare il viaggio aereo per raggiungere Barcellona da dove alcuni amici mi avrebbero aspettato. Trovai un biglietto a un prezzo poco abbordabile, ma ormai era la mia unica speranza per poter approdare in Spagna. La sfortuna non mi abbandonava, e cosi il mio aereo parti' da Nizza e non da Torino. Dovevo quindi aggiungere il viaggio fino alla cittadina nizzarda. Soldi su soldi. Era la mia prima volta che prendevo l' aereo da solo, e la seconda in assoluto. Mi svegliai, aprii gli occhi e con il mio modesto francese riuscii a decollare con l' aereo giusto. Arrivato a Barcellona sbagliai uscita e finii nelle toilettes. Iniziai bene l' avventura... Giunti alla nostra villa con piscina, davvero bella anche se un poco spersa nella campagna spagnola, mi buttai sull' ottima cena preparata dal cuoco nonchè Geometra Giordano. Fu una vacanza spassosissima. Divertimento, alcool, discoteche...davvero, una bellissima vacanza dove tutto filò liscio come l' olio. In fondo eravamo il gruppo attuale tutto unito, tutti i veri amici che ho ancora oggi, a parte il pagliaccio di turno. Nel viaggio di ritorno non mancò la visita al museo del Camp Nou di Barcellona, da dove ammirai quella coppa che i blaugrana derubarono alla mia Sampdoria. Anzi, non la coppa. Le due coppe. Maledetti pure loro.
Tornai cosi nel Belpaese, dove ripresi il mio lavoro felicemente. Dopo un paio di anni dal mio primo giorno lavorativo, vi fu un periodo di crisi aziendale, che portarono la ditta a perdere un' appalto molto importante, quello che riguardava la spedizione dei pacchi che passò ad una ditta concorrente. Il mio principale dovette cosi ridurre il personale, ed io, il più giovane come età, fui lasciato tristemente a casa. Non ne feci una tragedia, in quanto era solamente un lavoro part-time. Ero dispiaciuto unicamente in quanto non avrei più passato le mie giornate a guidare. Ne approfittai per godermi qualche anno sabbatico. Strano, non era il primo e nemmeno l' ultimo sarebbe stato....
Dopo diversi mesi che ero senza occupazione trovai impiego part time presso l' U** E*** di Saluzzo come addetto ai finanziamenti. Che divertimento! Lavoravo, se cosi si può dire, solo pochi giorni alla settimana, e per poche ore al giorno. Praticamente passavo quasi interamente la giornata girovagando all' interno dell' esercizio commerciale a fare chiacchere con chi invece lavorava per davvero. Era un ambiente molto giovanile, ed immediatamente ero diventato amico di tutti i componenti al cui interno prestavano il loro lavoro. Era un lavoro occasionale per due, massimo tre mesi all' anno. Era cosi bello lavorare in un posto dove vi era sempre gente nuova, un via vai di persone continuo. Non la solita monotonia della maggior parte dei lavori dove si diventa schiavi della quotidianità. Sono ancora oggi legato a molte persone che conobbi in quel luogo di lavoro, e molto spesso torno a trovarli e a fare, proprio come quando 'lavoravo', quattro chiacchere.
La vacanza spagnola si ripetè l' anno successivo. Questa volta il gruppo era più vario, e la nostra meta venne spostata a sud, dalle parti di Alicante. Nel frattempo un nuovo amore era sbocciato nel periodo invernale, esattamente al Bricco di Venasca. Coppia ancora oggi affiatata e con una bambina bellissima al seguito. Partimmo entusiasti di questo viaggio, che poi si rivelò per certi versi 'strano' dove con un poco più di buon senso da parte di tutti, avremmo potuto evitare incomprensioni inutili. Ci divertimmo comunque molto, quelle serate mangiando e discorrendo all' aperto le ricorderò sempre. Che allegria spensierata, che bei momenti! La serata al Pacha a ballare sul cubo con Benzolo tra il caldo insopportabile e la musica house assordante. Le serate passate sul molo di Alicante, folto di locali molto carini, tra cui il Puero de Roma, dove due persone inciuciarono in un nuovo amore, per tutti inaspettato. Qualcuno dovette cambiare letto mentre noi stavamo tornando da Benidorm, e mannaggia al mio telefonino e alla mia lingua. A parrte le solite città alla 'Rimini', i posti erano migliori rispetto a quelli dell' anno precedente. Alicante e Tarragona erano molto carine, mentre Benidorm la ricordo ancora ora per i suoi piccoli grattacieli che svettavano sul lungomare. In fin dei conti la vacanza andò bene, anche se rischiai di annegare in piscina....Tornai con poco piacere. Non solo perchè la nostra vacanza era giunta al termine, ma anche perchè dovevo riprendere il lavoro iniziato poco tempo prima di partire. Ebbene si, due settimane prima della partenza per la vacanza spagnola, trovai impiego come magazziniere in una ditta di abbigiiamento. Era una tristezza come luogo e come tipo di lavoro. Ma avvenne un imprevisto. La malasorte non vien sempre per nuocere, proprio come dice il detto, il mio detto. Due sere prima di riprendere il lavoro, in una partita di pallone giocata tra amici , scaricai la tensione contro il palo dopo un aver fatto realizzare una rete ad un amico. Con la pianta del piede destro colpii il palo. Solo che lo feci con molta forza, stupidamente. Continuai a giocare nonostante il dolore fosse insopportabile. Dopo alcuni minuti e uno scontro proprio con lo stesso piede abbandonai la scena e tornai a casa. Il mattino seguente mi ritrovai il piede grande come un palla, e l' esito ospedaliero diceva che due dita erano fratturate. Dovetti cosi rimandare il rientro al lavoro. Ma la ditta aveva bisogno urgentemente di qualcuno che potesse sostituire il magazziniere, in quanto egli abbandonava proprio in quei giorni il lavoro. E cosi optarono per una nuova assunzione per non rimanere scoperti un mese e più. La mia felicità, nascosta, era grande nonostante avessi perso il posto di lavoro. Che detto tra noi, mi faceva davvero schifo.
In quella primavera avvenne un fatto cosi particolare che merita essere menzionato. Un 'fattaccio', che unicamente l' allegria nostra riusci' a trasformare le nostre facce paurose ed amareggiate in mezzi sorrisi. Era un sabato sera come ogni altro. Dopo aver passato la serata nei locali saluzzesi optammo di raggiungere il Barce***a dove lo zoo di 105 si esibiva nel suo spettacolo. L' inizio non era stato dei più promettenti per me. Mentre davo indicazioni al Geometra di come parcheggiare, caddi dentro ad una 'bialera'. Ero capottato nel prato, ma senza danni fortunatamente. Entrammo tutti insieme nella bolgia della discoteca. La serata non era male, ma la troppa gente rendeva un poco meno piacevole lo spettacolo. Ad un certo punto, due nostri amici optarono di abbandonare la scena per far ritorno a Saluzzo. Decisi di aggregarmi a loro, e non capisco per quale motivo ad un certo punto cambiai idea e rimasi. Mai scelta si rivelò più erronea. Era destino, probabilmente. Nel frattempo all' interno ci eravamo persi un pò tutti. Il più fortunato fu senz' altro il Geometra Cocco che si 'guadagnava' a suon di cazzotti l' unico e inimitabile cappellino di 105, successivamente sottrattoli! Quando ormai la serata era quasi giunta alla conclusione, si optò per uscire dal locare e raggiungere l' auto parcheggiata poco distante. Mentre stavamo uscendo dal parcheggio della discoteca per immetterci sulla statale, notai dal mio finestrino un gruppo di ragazzi che vedendosi osservati innocentemente dal sottoscritto, si chinanoro per cogliere una pietra che venne poi lanciata verso la nostra auto. Pietra che non arrivò fortunatamente a destinazione, ma poco importò per placare la mia ira verso quel stupido gesto. Il mio caratteraccio istintivo e a volte, per non dire spesso, irrazzionale, si sentiva ferito e mi induceva a reagire a un branco di cretini. Reazione pronta, per non dire prontissima. Ad auto in corsa, aprii la mia portiera e con la mia voce sbraitai qualche parola non troppo piacevole nei loro confronti. Dopo aver richiuso la portiera della nostra auto, tutto sembrò essere finitio. Botta e risposta, pace, amen. E invece no. Pochi minuti dopo, sul rettilineo della statale, notammo alcune auto dietro noi sorpassare a tutta velocità e puntare dritti verso noi malcapitati. Le auto in questione erano due, di grande cilindrata. La prima ci sorpassò, rallentando subito dopo, fino a arrestarsi. La seconda, dietro a noi, ci chiuse ogni possibile via di fuga. Cosi, in mezzo ad una statale, tre auto ferme mentre altre in direzione opposta sfrecciavano a velocità folli, diedero vita ad un vero e proprio agguato. Inizialmente increduli, vedemmo questi tizi, tre esattamente, scendere dalle loro auto. I vetri della nostra auto, di cartapesta, vennero distutti in pochi secondi, tra la nostra incredulità che fortunatamente ci bloccò dal compiere atti istintivi che avrebbero potuto peggiorare la situazione. Con un micidiale colpo di ginocchio venne mandato in frantumi addirittura il vetro anteriore. Praticamente, con noi chiusi all' interno dell' automobile, la nostra auto viene anticipatamente posta a rottamazione. Davvero, il nostro stupore fù cosi grande che non ci rendemmo nemmeno conto di cosa stava succedendo in quei minuti. Dopo pochi interminabili istanti che eravamo sottoposti alla rottamazione, il Geometra con qualche manovra riusci' a divincolarsi dalla morsa delle due auto, iniziando cosi la nostra fuga verso Savigliano. Dopo una telefonata molto animata al distretto di Carabinieri, raggiungemmo le porte della città. Fermata l' auto, misi i piedi fuori dall' abitacolo. Il silenzio regnava tra noi, le lacrime scappano in me per aver creato una situazione di questa gravità, di aver messo in pericolo i miei amici in maniera del tutto stupida. E soprattuto per aver creato un danno economico non indifferente alla vettura del Geometra. Nel frattempo giugevano in nostra direzione una pattuglia di carabinieri, una di polizia ed un ambulanza del pronto soccorso. Esagerato come intervento, ma pur sempre tempestivo. Ringraziando il cielo un auto percorreva la nostra stessa direzione in quei momenti e, vista la scena, segnò il numero di targa della seconda auto che aveva partecipato a questo 'agguato'. Mi spiace non aver saputo chi fossero questi ragazzi per ringraziarli di persona. A volte l' omertà viene schiacciata dal dovere morale di far valere la voce della giustizia. Dopo una mezz' oretta passata a firmare come gli analfabeti (con una semplice X) moduli, vista l' indisponibiltà della mia mano a sorreggere la penna dovuta al tremolio continuo della mia dita, ci rechammo al pronto soccorso per i controlli di rito. Pian piano ci risvegliavamo da questo brutto sogno. Venne fuori in noi quel sarcasmo che ci aiutò a mitigare la paura. Momenti divertenti si susseguivano, dal non capire se il pronto soccorso di Savigliano era un labirinto fino a quando parcheggiando l' auto davanti alla stazione di Polizia ci chiedemmo se era il caso di chiudere l' auto a chiave avendo due finestrini su quattro senza vetro. Prendemmo la strada di ritorno verso casa a mattina inoltrata, e quando il pomeriggio seguente raccontammo l' accaduto, l' incredulità era generale. Poche persone, sono convinto, si immaginano quali scene sono apparse sotto ai nostri occhi. Nulla di incredibile, per carità, ma pur sempre un' atto difficile da comprendere a voce. Grazie alle indicazioni forniteci da quei giovani e ad una amica il quale ci consigliò di rivolgerci ad una persona in particolare all' interno del tribunale, riuscimmo a venire a conoscenza dei nostri 'aguzzini'. Erano tre poveri sfigati, sotto effetto di chissà quale stato confusionario. Per tutti furono solo due, vista l' età del terzo e ultimo demente che partecipò alla rissa. Avvenne cosi il confronto, dove io ero vestito da paperino, un 'altro amico da Gullit con cappellino e treccine annesse. Gli altri due amici, uno era con il parka in piena estate, e l' altro occhiali e naso finto, tipo carnevale. Tra mille bugie dette da costoro riuscimmo ad arrivare ad un compromesso, ovvero il pagamento dell' ottanta per cento dei danni dell' auto. Il che non era poco.
Il mio carattere, istintivo e irrazzionale a volte, venne mutato da questo fatto che mi colpii particolamerte. Ne venne fuori un carattere un poco più addolcito, meno subdolo a comportamenti stupidi dettati dalla mia irrazzionalità.
Era tempo di cambiamenti in quel periodo, e non solo caratteriali. Anche la mia auto venne sostituita a quel tempo. Cedetti la mia vecchia e cara Y10, che ancora ora vedo scorazzare ogni tanto per le vie saluzzesi, per la mia attuale Vitara che non cambierei, in questo momento, per nulla al mondo. Lasciare 'partire' la mia prima auto, quella con cui commisi le spericolatezze giovanili, mi dispiaceva assai. L' avevo trattata sempre bene, certo non con cura maniacale, ma pur sempre bene. Aveva visto di tutto, dai portici saluzzesi alle sortite alla 'drancia'.
Ma non era solo la mia povera Y10 prima e il Vitarino dopo ad averne viste di tutte i colori. Anche la mia cara Golf ha visto un po' di tutto, da cose legali ad altre un poco meno. Senza dubbio le avventure migliori le ha passate in Costa Azzurra, quando la sera partivo per una sortita veloce veloce verso il mare. Devo precisare che amo il mare, in particolar modo d' inverno, quando le spiagge sono deserte, e soli, si può ammirare l' infinito che si fonde con le nubi grigiastre. Emozioni. Tante, troppe. E in quel frangente di vita non era rado per me partire il fine settimana con destinazione mare. Una volta in particolare mi andò male, molto male. Ma dall' altra mi andò bene, fui fortunatissimo. Partito tutto di nascoto verso Montecarlo, dopo un paio d' ore raggiunsi la cittadina monegasca. Non trovando parcheggio, optai di lasciare l' auto lungo l'arteria all' imbocco dell' entrata esterna del Casinò. Diciamo che non era parcheggiata particolarmente bene, ma tuttosommato neppure cosi male da impedire l' entrata delle autovetture. Dopo aver passato un' oretta tra le vie illuminatissime di Montecarlo decisi di fare ritorno all' auto e ripartire per la Val Roya. Giunto nelle vicinanze dell' auto notai tre-quattro persone attorno ad essa. Era la gendarmeria. Notai un piede di porco in mano ad uno di essi, intento ad aprire l' auto. Feci sentire la mia voce, al che mi venne intimato di pagare una multa. Nessun problema, con i soldi si fa' di tutto. Peccato che non era ancora in vigore l' Euro, e cosi mi ritrovai a dover girare diversi bancomat dove però la mia carta non veniva accettata. Ancora ora non ne comprendo il motivo. Ritornai desolato all' auto sperando di aggiustare a parole la situazione, ma giunto nei pressi notai che non vi erano più i gendarmi. Felice e contento, pensavo che sarei scappato tranquillamente da quei quattro francesi stupidi. Quando fui davanti alla mia povera auto, il dramma. Il vetro anteriore lato guidatore era in frantumi. Quei maledetti mi avevano distrutto il finestrino. Dire che ero incazzato o con il morale sotto i piedi, è dire poco. Liberai l' auto da tutti i frantumi, maledicendo tutto il mondo. Ripartii per un viaggio lungo, lunghissimo. Mi aspettavano centoquaranta chilometri senza vetro dalla parte guidatore. Il problema vero e proprio, era che io avevo intrapreso questo viaggio a novembre. Vi lascio immaginare quale freddo provai durante il viaggio di ritorno, nonostante l' aria calda al massimo mi facesse un poco da scudo. Sbagliai anche corsia al casello di Ventimiglia, ma perfortuna una pattuglia di Polizia mi fece fare inversione alzando quel maledetto filo che separe le due carreggiate. Davvero brave persone, che ridussero di molto tutti i problemi che già avevo sulle spalle. Tornai a Saluzzo in un batter d' occhio, e il giorno successivo dovetti inventare un tentato furto per mascherare quello che in realtà mi era successo. Molto tempo dopo mio fratello ne venne a conoscenza, cosicchè dovetti assorbirmi il paternostro dei miei genitori per alcuni giorni. Ma non smisi, molte altre volte partii alla volta del mare. A volte anche in condizioni poche consone alla guida. In particolar modo ricordo ancora oggi quella volta che a Limone un albero si spostò per farmi passare. E si, mi chiedo ancora oggi come riuscii ad evitarlo essendomelo visto praticamente in mezzo alla fronte. Mah, graziato.
Stavo nel frattempo maturando la visione che avevo della mia vita. Ora, a distanza di molti anni, mi rendevo conto pian piano di quanto potessi ritenermi fortunato. Andavo sempre alla ricerca di qualche cosa di irraggiungibile, perdendomi cosi tutto l' oro che avevo tra le mie mani. Iniziai pian piano a comprendere che tutto quello che era in mio possesso non dovevo considerarlo come cosa normale e dovuta. Tutto quello che aveva un prezzo poteva essere mio. Più avevo e più non ne comprendevo l' utilità. Pensavo che quando avrei avuto l' auto sarei stato la persona più felice di questo mondo. Una volta venuto in possesso della mia macchinina, andavo alla ricerca di qualcos' altro. E cosi via. Era sempre un desiderio che quando si realizzava mi portava a scappare dalla realtà e a desiderare qualcosa di diverso, di nuovo. E non mi accorgevo di quello che mi circondava, del bene che la vita mi offriva. Salute, amici, famiglia. Tutte quelle cose che non hanno un prezzo. Perchè in fondo la felicità non ha prezzo, non è un qualcosa che si può comprare anche se si hanno tutti i soldi di questo mondo. Può sembrare una banalità, cosa che in fondo sicuramente è. Ma quanti di noi si sono fermati un attimo, si sono guardati attorno, e si sono detti: ' si, posso considerarmi felice'. Credo pochi, ormai da ogni angolo si sente dire che questo è un mondo delle palle, che la vita è difficile, che la vita non ci offre nulla. Credo che tante persone non sono felici perchè in fondo non sanno quello che vogliono veramente, e altre non lo siano per il semplice motivo di essere ciechi di fronte a tutto quello che li sta intorno. La vita è la cosa più grande e bella che abbiamo. Non me ne prendo cura maniacale di essa, ci mancherebbe. Le cazzate le ho fatte e continuo a farle ancora ora. In fondo ho sempre amato essere in bilico, il saper rischiare. Adrenalina, anche a caro prezzo. Sono fatto cosi, probabilmente come dice qualcuno, fatto 'strano e male'. Ma mi sono reso conto di tutto quello che ho attorno a me. Una famiglia sempre presente, che mi ama e mi asseconda.

Degli amici, pure loro sempre presenti, su cui so di poter contare, sempre e comunque. E poi la salute. Nessuno si rende conto di quanto essa, la salute, possa essere un bene da considerarsi prezioso come null' altro a questo mondo. Quando hai un caro malato, gravemente, con un piede già nel nuovo mondo, capisci quanto la ' normalità' possa essere importante, a quanto invidi quei tempi monotoni dove "non succede mai niente'" Basta fare un giro negli ospedali per vedere a quante persone questo bene prezioso manca. Ripeto, banalità. Ma mai banalità più vera. Iniziai col tempo a guardarmi attorno, ad essere una persona felice anche nei momenti più difficili. Ecco, questo per me è la fede. La fede in se stessi. Nessuno può darci quella forza per andare avanti se non noi stessi. Dobbiamo cercarla, non aspettare che il destino ci metta di fronte al fatto compiuto. E guardando felice e sorridente la vita, la vita mi sorrideva. Guardando positivamente il mondo, le cose venivano da sè. Ed ecco cosi una chiamata inaspettata, che in un certo verso mi permise di realizzarmi, in parte, nel mondo lavorativo. Trovando cosi, dopo un lungo peregrinare, un opportunità lavorativa che ancora oggi amo.
Verso febbraio di quell' anno venni informato dalla ManPower della città di Cuneo circa l' esistenza di un corso fiscale concernente la compilazione della dichiarazione dei redditi. Partecipai attivamente a questo corso della durata di una settimana presso lo studio di un noto commercialista cuneese. Mancai ad una lezione, quella del martedi mattina successivo alla serata del Carnevale Saluzzese, che si era tenuta al Fortino. Essendo arrivato a casa alle sei in autostop, e dovendo partire un ora più tardi per frequentare la lezione, optai vista la mia condizione fisica di dormire presso un grande parcheggio di un supermercato. Non dopo però essermi bevuto un intera bottiglia di acqua frizzante. Mai cosa più gradita. Terminato il corso venni invitato a colloquio dall' ente che aveva organizzato il corso. Tra circa una decina di persone la scelta cadde su di me, e cosi mi trovai occupato presso il sindacato **** di Cuneo. Occupazione che ancora oggi ricopro, da marzo a fine giugno di ogni anno. Adoro questo lavoro, sono a contatto con le persone e davanti ad un personal computer. Anche se la sera esco con la testa che scoppia, sono contento del mio lavoro. Torno a casa felice come pochi altri lavori mi hanno reso. Merito anche dell' ambiente in cui lavoro. Nella sede di Saluzzo, dove ormai da quattro anni faccio parte, ho trovato persone squisite, che auguro tutti possano trovare nel mondo lavorativo. Persone che si mettono sul tuo piano, pronte a dar una mano nei momenti più difficili. Spero un giorno di poter entrare a far parte non solo saltuariamente di questo ambito lavorativo.
Il nostro gruppo si andava formando in maniera definitiva nel frattempo. Per caso venni a conoscenza di Robert, detto anche lo zio, compagno di viaggi inseparabile. Nacque cosi una grandissima amicizia che ancora oggi perdura. Nello stesso periodo, grazie forse proprio a questo ragazzo, conobbi Ju, la mia migliore amica. Una delle pochissime ragazze che sono riuscito a sopportare per più di tre ore continuate senza dovergli tapare la bocca con le patatine. Queste due nuove amicizie andavano a completare l' anello mancante del nostro gruppo, ora ben delineato. Due acquisti importanti, due persone particolari nei loro modi di destreggiarsi, e di starmi vicino. Con lo zio ho intrapreso i viaggi più particolari, più spericolati, amante anch' esso dell 'on the road'. Senza di lui non avrei visto tutti quei posti magnifici che ho avuto la fortuna di visitare. Invece lui sempre pronto con lo zaino in spalla, a camminare per ore senza lamentarsi anche quando divento insopportabile.
Era periodo di nuove conoscenze, di nuove persone che andavano a 'riempire' la mia vita. A febbraio di quell' anno avvenne una delle cose migliori nella mia esistenza. Divenni zio di una bellissima bambina. La mia Rebecca è di una bellezza e di una simpatia che non ha eguali nella mia vita. E' una delle cose più importanti che la vita mi abbia offerto, e per questo ne ringrazio il buon Dio ogni giorno. E' sempre cosi bello aspettare la domenica per vederla arrivare con il suo sorriso e la sua semplicità, tipica dei bambini, a giocare sul tappeto di casa. era venuta al mondo in un pomeriggio invernale, ma con il suo sorriso e la sua allegria aveva portato quei bagliori di luce che la giornata non aveva saputo offrire. La mia Rebecca! Ora ero zio, mi sentivo più 'grande' , e da tale avevo deciso che avrei messo la testa a posto.

Pensavo di volerla mettere a posto. E cosi un bel giorno decisi di andarmi a cercare grane, come sempre succede. Presi la decisione di andare allo stadio a Brescia, solo ovviamente. Bisogna partire dal presupposto che Brescia è insieme a Bergamo lo stadio più pericoloso del nostro Paese. Intraprendere l' avventura da solo, visto anche il mio carattere portato a cercare guai, e come se non bastasse, senza biglietto, era un anticipazione dei problemi a cui sarei andato incontro. Dopo aver visitato Brescia, e dopo che un vigile urbano mi intimò di prestare molta attenzione a camminare per le vie della città e soprattutto nei dintorni dello stadio, presi la via che mi portava al Rigamonti. Premetto che ero vestito normalmente, anche se il mio giubbotto di colore azzurro lasciava intendere fosse quello della mia squadra del cuore. E l' immancabile zainetto con all' interno le mie sciarpe, nascoste non appena giunto a Brescia. Non per codardia, ma per precauzione. La pelle mi è sempre cara... Arrivai nei dintorni dello stadio, nel punto di ingresso del settore ospiti, e venni informato che se volevo assistere alla partita avrei dovuto acquistare un biglietto di un qualsiasi altro settore. In quanto le nuove norme prevedevano l' impossibiltà di comprare il biglietto per il settore ospiti lo stesso giorno della partita. Norma prevista per scoraggiare chi, come me, parte senza biglietto per seguire la propria squadra nelle trasferte. Un poliziotto mi consigliò di provare ad andare nella biglietteria li vicino, poco distante dall' entrata del settore ospiti. Secondo lui, il biglietto lo avrei trovato, magari anche per il settore dedicato a noi tifosi blucerchiati. Contento e con grandi speranze di trovare questo benedetto biglietto, mi incamminai verso la biglietteria. Giunto nei pressi, notai un gruppetto di circa dieci persone, e subito intesi di essere caduto in cattive acque. Mantenni la calma, non appena vidi uno di essi avvicinarsi a me ed intimarmi alcune domande. Cercai di stare calmo e di rispondere alle sue domande svogliatamente. Mi chiedeva cosa facessi da quelle parti, di dove ero e domande simili. Ma quando mi chiese cosa avevo dentro lo zaino, e di aprirlo, capii che avevo solo un opzione: correre. E anche veloce, più di Carl Lewis. Visto quei due secondi di troppo che indugiai nella risposta, mi venne inferrato una manata che se fosse andata a segno mi avrebbe steso come un cetriolo. Mi andò bene, mi prese solo di striscio, e feci in tempo a girarmi e scappare. Sono sicuro che se avessero cronometrato quei metri che mi separavano da lui al cancello di entrata del mio settore, avrei spazzato via ogni record mondiale. Lui cercò di starmi dietro, se non per qualche decina di metri. Ma poi , per mia fortuna, rinunciò. Nella corsa devo altresi' ringraziare di non aver perso le scarpe, che allora portavo slegate. Lo spavento fu davvero enorme, soprattutto quando pensai a cosa mi sarebbe successo se a venirmi incontro non fosse stato solo questa enorme bestia, ma tutto il branco di caproni. Pensai a cosa mi sarebbe successo se non fossi riuscito a schivare in parte il pugno, a cosa sarebbe successo se fossi inciampato nella corsa o se avessi perso una scarpa. Domande a cui non voglio trovare risposta, perchè preferisco non pensarci. Raggiunsi i primi tifosi sampdoriani che erano arrivati,, maledicendo quel bastardo di uno sbirro che mi indirizzò verso il settore dedicato ai tifosi del Brescia. Settore bresciano posto dove abitualmente negli altri stadi sono posizionati i distinti. Passato lo spavento ci venne consegnato un biglietto fasullo per poter entrare all' interno del settore. Feci amicizia con alcuni ragazzi di Alba, tifosi sampdoriani come me. A fine partita iniziò il calvario del ritorno, dopo due ore di attesa all' interno della curva e dopo essere stati caricati come animali su pulmann senza vetri ma con le grate come nelle carceri. Pulmann dismessi della città di Brescia, dove eravamo in un centinaio quando la capienza massima era di non più di sessanta unità. Pulmann partiti a tutta velocità senza sosta per le vie della città scortati da un servizio d' ordine degno di un presidente di stato. Caricati in fretta e furia sul primo treno in partenza, senza averci lasciato neppure fare il biglietto, fini' l' avventura allo stadio di Brescia. Devo dire che se lo stadio fosse questo, ovunque, preferirei vedere morire questo giocattolo chiamato calcio. Mi resi conto solo dopo di essere partito per andare ad una guerra, e non a vedere una partita. Giuro che non avevo mai visto nulla di simile, e credo mai vedrò cose del genere. Ragazzi fatti aspettare ore all' inerno di una curva sotto la morsa dei tifosi bresciani. Se il calcio è davvero cosi ogni domenica a Brescia, mi auguro la loro squadra possa finire fallita, non tanto per il mio dispezzo per la società calcio Brescia che non fa nulla per discostarsi da tutto ciò, ma solo per vedere quella frangia di tifosi sparire e dedicarsi ad altri atti di teppismo punibili seriamente.

Un' altro dramma colpi' il mio animo in quel periodo. La trasferta di Milano. Occasione unica che la mia squadra seppe mandare all' aria nel giro di cinque minuti. Ricordo ancora oggi quella foto a tempo quasi scaduto, scattata quasi a certificare l' impresa che la mia Samp stava portando a termine. Poi, in pochi minuti, l' inferno. Si abbattè su di noi un ciclone accompagnato dalla dea bendata per non dire volgarmente 'un culo della madonna', l' orda nerazzurra. E cosi, cinquemila persone, me compreso, passammo dalla festa alla tristezza più assoluta, senza aver nemmeno avuto il tempo di capire come fosse possibile perdere una partita già vinta. Uscii cosi scosso, che le volte successive cui vidi la Samp, lasciai la mia macchina fotografica nel cassetto di casa. Sperando di lasciare a casa nello stesso cassetto, anche la sfiga.
Quell' anno un fatto grave sconvolse tutti noi. Non voglio dilungarmi in fiumi di parole a riguardo di codesto avvenimento. Voglio solo ricordarlo nel migliore dei modi, senza sprecare parole rischiando di cadere nell' ipocrisia degli eventi. Fù un fatto inaspettato, il destino venne e se lo portò via per mano. La vita è questo, il saper accettare decisioni venute dall' alto, anche se non le comprendiamo perchè incomprensibili sono. Ma lui è ancora tra noi, ci guarda e io me lo vedo sorridente mentre fumandosi la sua sigaretta ci osserva. Perchè cosi lo voglio ricordare.
Superato questo momento difficilissimo, cercammo pian piano di riprendere la vita di tutti i giorni.
Venni cosi a conoscenza di una ragazza particolare. Una ragazza a cui mi legai inspiegabilmente tanto, forse troppo. Ma vista la sua immaturità, le cose non andarono per il verso giusto, e cosi dopo molti mesi di tira e molla, la luce si spense con il ritorno dal lungo viaggio intrapreso l' estate successiva. Senz' altro fu meglio cosi, non per entrambi, ma sicuramente per me. Avevo perso poco, o forse nulla. Ora ne sono consapevole. Le sue bugie, stupide e mal disegnate, lasciavano poco spazio al mio sentimento, che andavo a rinsavire nel frattempo con un' altra ragazza. Certamente il mio comportamento non fù esemplare, ma forse venne dettato dall' evolversi dei fatti, dalle conseguenze. Se solo avesse guardato con i suoi occhi quale era ed è ancora adesso la realtà, forse avrebbe capito molte cose. Ma non è riuscita a farlo ancora oggi. Crescerà. Ma ormai avrà perso tutte quelle persone che a lei tenevano. Trovandosi sola, come forse è dentro di se oggi, se ancora cerca quelle persone appartenenti al 'passato' .
La mia testa frullava sempre qualche idea strana, qualche folle gesto pronto ad essere scolpito negli annali della storia saluzzese. Era in procinto di essere inaugurata la tangenziale di Saluzzo, lotto primo. Volevo anticipare tutti, ed inaugurarla io stesso. Prima di chiunque altro. Devo precisare che molti mesi prima, quando il lotto numero uno era appena agli inizi, intrapresi l' esplorazione di questo primo tratto, trovandomi dopo qualche centinaio di metri intrappolato in mezzo ad una vegetazione altissima. La mia auto era impantanata in un posto oscuro, dove nessuno se non io avrebbe potuto darmi il suo aiuto. Era con me il mio compagno di scorribande, Alejandro il Grande. Quando provai ad uscire dall' auto per spingerla mi trovai immerso nel fango. Dopo diverso tempo ne venni a capo riuscendo con gran rumore ad uscirne, senza attirare le attenzioni dell' abitazione vicina, fortunatamente. Non contento, riprovai qualche anno successivo, questa volta a tangenziale quasi conclusa. Mi sconsigliarono di entrare su quel lotto dalla parte di via dei Romani, ma come sempre conviene decisi di fare di testa mia. Non ebbi tempo a fare l' ingresso in tangenziale che un mare di fango copri la mia auto, e mi trovai bloccato a poche centinaia di metri dalla carreggiata. Questa volta ero davvero preoccupato, non riuscivo a smuovere l' auto e poi ero troppo vicino alla strada, cosicchè qualcuno avrebbe potuto notarmi e avvisare le forze dell' ordine. Sarebbe stata la fine del mondo, ma ringraziando iddio ciò non avvenne. Accorsero cosi, come sempre, lo zio e il geometra, che grazie ad un po di fantasia e qualche trave in legno recuperata poco più in là mi tirarono fuori da una situazione che avrebbe potuto avere un epilogo tragico. Ma io avevo la testa dura, durissima, e quando mi metto un idea in testa la devo portare a termine. Cosi, non contento di quello che appena era successo, imboccai questa volta la tangenziale dal secondo lotto, e la percorsi interamente. Divenni cosi il primo cittadino saluzzese ad aver testato quella strada che noi saluzzesi avevamo aspettato decenni. Ed io non ero più in grado di attendere.
Credo di aver provato l' ebbrezza di aver guidato ovunque. Sotto i portici, in strade ancora in costruzione, provai addirittura sui binari del treno, ma ringraziando iddio i binari erano troppo alti per la mia auto, cosi vi rinuciai dopo alcuni metri. Salii addirittura sul Duomo della mia città, senza pormi a cosa sarei andato incontro. Il giorno dopo le 'sgumme' sul sagrato erano in piena vista dei concittadini stupidi di cosa potesse essere successo la sera precedente. Alla guida ho sempre avuto particolare fortuna, non venni mai pinzato in situazioni scomode che avrebbero messo a repentaglio la mia patente. Venni fermato solo poche volte dalle forze dell' ordine, ma la scampai sempre. Una volta per uno stop saltato, altra volta per un semaforo rosso che neppure vidi. Ed ero sano, sia chiaro.
Intanto il passato tornava, e non voleva andarsene. Non riusciva infondo a capire che il passato tale doveva rimanere, e che il presente non aveva più legami con esso. Non eravamo più un unica cosa, ma due persone con la propria vita, ognuno viveva in due mondi diversi, ognungo con due storie diametralemente opposte. Staccai cosi per qualche tempo la spina, lontani entrambi anche se apparentementi vicini. O forse lo eravamo stati solo all' apparenza
A febbraio una nuova piacevole e amabile bambina venne ad incrementare il numero della nostra famiglia. Venne cosi al mondo la piccola e bellissima Adele, la mia seconda e amata nipotina. Andava cosi' a far compagnia alla sorella più grandicella Rebecca. E' incredibile pensare a quanto velocemente scorre il tempo, a quanto la mia baby Becca sia cresciuta da quel primo giorno in cui venne al mondo. Ecco, in questi frangenti ci si accorge di quanto veloce la vita scorre senza che noi ce ne accorgiamo. Poi guardo le mie nipotine, e mi accorgo sempre qualcosa di nuovo in loro. A quanto son cresciute, ai loro primi dentini, ai capelli che pian piano vanno a foltire la loro testolina. E' un piacere vederle crescere, è una felicità vedere quanto siano sorridenti. Quel sorriso che un pò tutti noi quando cresciamo smarriamo per la strada. Quel sorriso innocente, semplice, banalissimo. Ma vero. Sorriso per le piccole cose, per un semplice gesto o per un solo abbraccio. Questa è la vita, apprezzare ogni cosa che essa ci offre. Solo i bambini ne sono ancora capaci, e questo mi rende contento. Vedere il sorriso sui loro visi, di Adele e Rebecca, mi riempe di gioia, e mi sprona a vivere felicemente e semplicemente questa vita, senza crearmi troppo problemi e passando più tempo possibile accanto a quelle persone che a me tengono davvero.

Non appena terminato il periodo lavorativo, intrapresi il mio primo viaggio all' estero in solitaria. La destinazione prescelta era il Belgio. Inanzitutto perchè non ero ancora stato in terra belga, in secondo luogo perchò una ragazza di mia conoscenza abitava a Lovanio, poco distante da Bruxelles. Occasione anche per andarla a trovare di conseguenza. Partii cosi con destinazione Charleroi. Le mie intenzioni erano di rimanere almeno fino a qualche giorno prima della mia nuova ripartenza per Istanbul. Ma non riuscii a trovare alloggiamento come desideravo, e cosi mi fermai solamente per sei giorni. Passato il primo giorno a Waterloo, dove un magone interiore mi prese, andò tutto per il verso giusto nei successivi giorni. La vacanza mi piacque moltissimo, i luoghi erano bellissimi e la gente molto cordiale e disponibile. Intrapresi questo viaggio anche per mettermi alla prova. Per vedere dove e soprattutto se riuscivo a cavarmela in un paese straniero, con problemi di lingua e le mille difficoltà che vi si possono incontrare. Ma con l' inglese nel nord e il francese nella zona di Bruxelles, me la cavai egregiamente. Vagai per tutto il Belgio, senza incontrare minima difficoltà. Tornai cosi in Italia molti giorni prima rispetto alla data che mi ero prefissata, ma pazienza, di li a poco sarei ripartito per il viaggio senz' altro più bello fino a quel giorno della mia vita. Dopo circa tre settimane che ero tornato in patria partii per un viaggio con amici nell' Est Europeo. Con essi intrapresi quest' avventura 'disorganizzata' e lasciato tutto 'alla decisione del momento'. Attraversammo cinque stati, Turchia-Bulgaria-Bosnia-Serbia-Romania. Posti bellissimi, altri un poco meno. Ma tutto andò bene, nonostante qualche timore in terra rumena. E nonostante, quando mi trovavo in terra bulgare, un dolore irrefrenabile alla pancia mi portò sull' orlo del collasso fisico. Il tutto accompagnato da una benevola febbre da cavallo. Ma il tutto si prolungo per soli tre giorni, e poi tornai pimpante come prima. Un viaggio senza dubbio entusiasmante, che mai scorderò. Gli spostamenti in treno, quelli in bus che duravano anche dieci ore. Senza sapere dove ci trovavamo, in che stato eravamo e che lingua le persone del luogo parlavano. Davvero una vacanza entusiasmante, particolare, speciale. Dal bazar di Istanbul, al ponte di Mostar, fino alla Transilvania di Dracula. Non credo in vita mia riuscirò a ripetere un esperienza simile.
Come ormai d' abitudine l' ultimo dell' anno venne festeggiato in terra francese, a Saint Tropez. Ormai, a parte l' anno precedente passato in Inghilterra tra Liverpool e Manchester, Saint Tropez era stata la nostra sede degli ultimi sette capodanni. Eravamo in molti quest' anno, tra cui un foltissimo gruppo di Costigliolesi tutti simpaticissimi. La serate antecedenti il 31 furono segnate dall' alcool dilagante nei nostri appartamente. Che festa signori miei ! L' ultimo del' anno lo passammo invece al VIP Room, discoteca di Saint Tropez. L' idea era come sempre di passare la serata al Papagayo, ma per motivi a noi oscuri, il locare era chiuso. Cosi dopo aver consumato il cenone nel nostro alloggio, aver festeggiato tutti insieme lo scoccare della mezzanotte, noi saluzzesi partimmo per raggiungere questa discoteca. Nonostante qualche problema riuscimmo ad entrare al suo interno dove la festa fù davvero memorabile. Davvero un ultimo dell' anno da ricordare! Io rimasi ancora fino al tre gennaio, dopo una giornata passata nella bellissima cittadina di Aix en Provence. Tornai cosi a Saluzzo dove mi attendeva quel lavoro che non amavo e che sarei andato ad abbandonare due mesi più tardi per occupare la mia vecchia occupazione


Un paio di mesi successivi io e lo zio, immancabile compagno di viaggio, volammo in Slovacchia. Dopo un paio di giorni passati nella vicina Vienna, che rividi con molto piacere, alloggiammo un paio di notti a Bratislava. Quel sabato sera lo passammo in una discoteca locale, il 'Charlie' . Mentre mi trovavo sui cubi a scatenarmi sotto l' effetto di Campari Bitter e Coca Havana, mi sentii tirare i pantaloni da una bellissima fanciulla. Quando mi avvicinai per vedere cosa essa voleva, al sentirmi dire ' ma tu sei di Saluzzo vero?' mi prese un attacco di cuore. A megliaia di chilometri dalla mia ridente cittadina, in una discoteca trovarsi un proprio concittadino è davvero incredibile. Riuscii a sparare quattro parole, tra cui quelle sbagliate. La serata passò tra grande divertimento, tra alcool e musica, tra foto scattate per immortalare quei due pazzi 'danzatori' sul bancone del bar e il mio passaporto che rischiava di venir smarrito. Qualche giorno più tardi Robert parti' per l' Italia, mentre io continuai il viaggio verso la Polonia. Arrivai cosi a Cracovia, che divenne il mio punto di partenza per le varie mete che mi ero prefissato. Ebbi qualche problema con la lingua, in quanto poche persone erano in grado di parlare l' inglese. Senza contare che la loro scrittura è pressapoco incomprensibile. Trovato alloggiamento in pieno centro di questa bellissima città, visitai il giorno successivo Auschwitz e Birkenau. Qualcosa di inaudito, dove le parole stentavano a trovare voce, si apriva davanti a me quel mondo chiamato lager. Non era la prima volta che visitavo un campo di concentramento. Ero stato a Mathausen qualche anno addietro. Ma Birkenau o Auschwitz II ha un qualcosa di terrificante.

Varcare quella soglia, confine di vita e morte per milioni di persone, mi bloccò inizialmente. Quell' odore acro che rimandava indietro nel tempo, quei binari che si arrestavano sul piazzale del campo...Esperienze di vita,insegnamenti a quanto sia difficile comprendere la psiche umana, mossa chissà da quali deliri. Tornai cosi a Cracovia dove ammirai la 'dama con l' ermellino' di Leonardo, quadro a me caro. A Vienna avevo altresi' ammirato 'il bacio' di Klimt, davvero encomiabile come opera. I giorni in Polonia scorrevano troppo velocemente, tra la 'madonna nera' di Czestechowa e le miniere di Wielizka. Qui, a centotrentacinque metri sotto terra mi concedetti un piccolo pranzo, prima di aver perso il mio gruppo di persone. I restanti giorni li passai a Cracovia, città bellissima e molto curata e pulita. Qualche ora prima di partire mi persi nel Ghetto di Cracovia, trovandomi in un quartiere davvero 'brutto'. In fondo me l' ero andata a cercare, come sempre succede, Valdo-guai è un equazione perfetta. Ritornai in Italia una decina di giorni dopo la partenza da Milano, purtroppo.
Terminata questo viaggio, riniziai il lavoro che cosi tanto amo. E con una sorpresa che la vita mi ha posto davanti, anche se con un anno di ritardo. Giuro, lotterò, perchè prima o dopo tu hai attraversato il mio cammino e questo è stato il destino a volerlo. In fondo le cose semplici non mi sono mai piaciute, sarà difficile ma non impossibile. Me lo hai insegnato tu, e io lo mettero' in pratica. Promesso, 18.20.2.
E con giugno arrivò l' estate, e come immaginavo, nonostante le continue promesse l' amicizia con una persona si dissolse nell' aria.
Tristezza. Bugie.
Ma il mio morale in quei giorni riprese quota grazie alla sortita fatta a Saint Tropez dal mio gruppone in gran completo (mancava solo lo zio purtroppo) e con il nuovo acquisto 'Serghino', uomo macho adoratore della Picagna.
Tre giorni di gran divertimento, tra birra e musica. Memorabile la partita sulla spiaggia di Port Grimaud tra scapoli e ammogliati dove Fabio era il nostro oriundo e Cocco dall' altra sponda il nuovo Dieguito. Non sappiamo bene come sia stato possibile, se con l' Epo o come Lapo, ma segnò il gol decisivo che chiuse il match. Due ore di gran calcio, sotto il sole e la leggera pioggia che cadde per pochi minuti. Rimarrà sicuramente negli annali dello sport e del calcio europeo. La sera del sabato la festeggiammo al ristorante thailandese di Cogolin, dove il vino scivolò a litri nei nostri stomaci inebetendoci più di quello che già è di nostro. Passai indenne il tentato furto di un cartello segnaletico grazie anche alla clemenza del padrone del locale che, anzichè rincorrermi e darmele di santa ragione, si limitò ad urlarmi mille imprecazioni di vario genere.
Eravamo quindi pronti per andare in discoteca a Saint Tropez, carichi ed euforici. Purtroppo la discoteca Papagayo era chiusa e il Vip fino a metà giugno fungeva unicamente da ristorante. Quindi a Saint Tropez, se volevamo continuare la festa in discoteca, ci rimanevano solo due possibilità: la prima...quindi optammo per la seconda. La prima scelta si chiamava Pigionnier e la seconda Caves du Roy. Al Pigionnier saremmo entrati senza alcun problema. Sei ragazzi in una discotega per gay e lesbiche erano sicuramente ben accetti. Ma solo all' idea di fare la fila indiana per entrare mi metteva i brividi, senza sapere se dovermi preoccupare di chi mi stava dietro o chi mi era davanti. Mentre alla Caves era quasi certo che non saremmo neppure entrati pagando mille euro a testa. Ma tentare non costava nulla, se non in termini di tempo. Ci mettemmo in coda alla Caves quindi, e solo dopo un' ora e mezza riuscimmo ad entrare, anche se non tutti assieme. Le mie prime parole a Cocco, non appena varcata l' entrata, furono le solite mie: 'io di qui non esco fino alle sei' . La prima cosa fu' di buttarsi al bar e ordinare un bel Campari giusto per rimanere in tema-alcool. Consumazione economica, 26 euro ben spesi. Niente in confronto a quella volta in cui sborsai franchi a manetta al Papagayo. Vecchi tempi dei Franchi andati. Dopo aver bevuto ed esser rimasto solo in discoteca (chi era entrato aveva fatto ritorno in alloggio verso le quattro) mi buttai in pista fino alla chiusura, verso le sei. Mi cimentai a praticare l' autostop per poter fare ritorno in alloggio, e solo dopo un oretta venni caricato da un ragazzo francese che andava ai mille allora. Ma come sempre la fortuna mi accompagnò nel viaggio di ritorno facendomi arrivare a casa sano e salvo.
Furono tre giorni di grande allegria e divertimento, grazie anche alla mia compagnia, i miei amici inseparabili.

E' cosi, passato questo splendido week end, arrivò finalmente il giorno del matrimonio di Davide. Tutti tirati a lucido come non mai, iniziammo il giro degli aperitivi pre-nozze. Durante la messa l' usignolo intonò l' Ave Maria di Bach. Cinque minuti di serenità come mai provai. E poi, alla fine, il fatidico si' ! Era l' ora degli aperitivi post-nozze, dove ci abuffammo di Berlucchi. Arrivammo a cena già carichi, e gli aperitivi al ristorante non fecero altro che farci 'volare' ancora di più. Bianco, nero, il vino correva a fiumi. E poi digestivi, champagne...musica e festa. Un matrimonio fantastico dove tutti passammo ore di gran divertimento. Il primo matrimonio di un mio amico, a cui vanno tutti i miei auguri, è stato senz' altro una delle cose più positive di questo 2007. La serata fini' al Big Red per gli altri, io perso con un' amica più persa di me, ed infine sulle panchine di Silvio Pellico addormentato e stralunato.
Quella sera optai di non prendere l' auto, consapevole della mia incapacità di intendere e volere a cui sarei andato incontro quel giorno.
Ottima scelta.
Scelta che non si ripetee il sabato successivo.
A Saluzzo si 'celebrava' la notte bianca. Quale migliore occasione per fare festa?
Dopo una serata passata a bere a chi più ne ha più ne beva e un mezzo pollo dal kebabbaro, partii con il mio Vitara a tutta birra. Paolo e Cocco mi accompagnavano in questo delirio durato appena qualche minuto. Partii sgommando ovunque in città fino a quando, in pieno centro, il Michael Schumacher dei poveri si esibi' in un doppio 360 gradi per poi ripartire a tutta birra. Nemmeno venti metri ed una pattuglia di carabinieri mi sorpassò a tutta velocità e con i lampeggianti accesi tagliandomi la strada ed intimandomi lo stop.
Credo di aver visto la triade in quel momento, non Bettega-Giraudo-Moggi, ma bensi' il nostro buon Signore,Maria e l' asino, in quei secondi che trascorsero da quando lo sbirro scese dalla volante a quando mi proferi' le prime parole. L' asino ovviamente lo vedevo nello specchietto retrovisore, ed era alla guida.
Ma rinvenni subito, non appena mi venne chiesto.. "Salve, patente, libretto e la calcolatrice che iniziamo a contare..."
In pratica ero senza patenti ancora prima di rispondere.
Paolo e Cocco scoppiarono in una fragorosa risata. A me venne in mente di ridere, perchè detta in quel modo quella frase faceva effettivamente scoppiare dal ridere.
Ma in un millesimo di secondo capii che era rivolta a me, e sbiancai più della mia camicia.
La patente l' avevo, il libretto pure, i punti, 22, erano invece destinati ad andarsene. Iniziarono a stendere il verbale nell' attesa del sopraggiungere della volante con a bordo l' etilometro, per rendere cosi noto il mio tasso alcolemico???
Avessero portato la macchina che calcolava l' intelligenza di una persona, probabilmente quella sera, in quei dieci minuti antecedenti al fatto, sarei stato battuto dalla piccola Marta.
Ecco, tutto torna come un boomerang. Ora , dopo le mille e mille cazzate in auto degli anni passati, tornava tutto indietro, e con gli interessi addirittura.
Già mi vedevo appeso non ad una croce, ma al balcone di casa mia da mio padre, incazzato come una iena. Mia sorella a ridere e schernirmi, mia madre a bastonarmi.
Magari senza cena e senza Samp per mesi e mesi.
Ma anche quella volta la fortuna, seppure in una tragedia, sopraggiunse in mia salvezza. L' auto della polizia arrivò quaranta minuti più tardi. Nel frattempo mangiai 16 barrette di kinder al cioccolato nella speranza di abbassare il tasso alcolemico presente nel sangue. Ne avevo dappertutto, mi usciva anche dalle orecchie questo maledetto cioccolato. Protestai, stupidamente, ad alta voce per vari motivi, fino a quando il carabiniere mi intimò di chiudere il becco. Altrimenti i punti sottratti dalla mia patente sarebbero stati elevati al cubo. Finalmente(per modo di dire) l' auto della Polizia stradale arrivò, cosicchè soffiai e la macchinetta, terribile macchinetta, segnò 0.65 alle ore quattro circa di notte. Sospirai, mi aspettavo un valore molto più alto dopo tutto quello che avevo bevuto nel corso della serata.
Il caso volle che alla guida della pattuglia di Polizia vi fosse colui che anni addietro ci segui' nelle pratiche di quel famoso sabato sera, dove venimmo rottamati io e altri tre miei amici in mezzo ad una strada. E il caso volle, grazie a Dio, che Paolino conoscesse bene questo signore.
I poliziotti si consultarono con i due carabinieri che mi avevano sorpreso guidare come un cane, e dopo qualche minuto chiamarono in udienza il mio amico. Non riuscivo a capire. Io facevo la cazzata, io soffiavo, e convocavano in udienza il mio amico... Passarono circa 40 secondi in cui le mie pulsazioni battevano a ritmo di bongo ed alla velocità della luce. Poi chiamarono me, e mi esplicarono a cosa andavo incontro: sarei finito davanti ad un giudice, ritiro patente, multa salata, esami per chissà quanto tempo..praticamente mi sentivo già in paradiso, ed infatti quando il carabiniere, una volta finito di elencare tutto quello a cui andavo incontro, proferi' quelle poche parole che mi fecero ritornare sulla terra, non capii assolutamente nulla. "Questa volta ci limitiamo ad effettuare verbale e a lasciarla andare". Ero inebetito in pieno. Solo dopo che Paolo mi rincuorò spiegandomi che la mia vita e la mia patente erano salvi ritornai cosciente e lucido.
La vita mi riapparve dopo un' ora passata nel buio più totale, e riemersi dalla tempesta di quella serata rivedendo la luce della salvezza.
Miracolato.
Ma come si suol dire, le disavventure non vengono mai sole, e cosi, nemmeno tre giorni dopo, un' altra pattuglia di carabinieri mi fermò.
Questa volta ero appena partito da casa, verso il primo pomeriggio. Andavo pianissimo avendo messo in moto l' auto da neanche cento metri. Praticamente era tutto in regola.
Ma la cintura era rimasta nella posizione originale, e cosi altri 70 euro di verbale che si andavano ad aggiungere ai 100 del sabato precedente.
In fatto di punti, cinque più cinque del sabato precedente. In meno di due settimane mi vidi decurtare dieci punti. Ora anche l' Inter mi era davanti!
Passato questo periodaccio, iniziai a pensare alle mie vacanze. Di li a pochi gorni sarei partito, e quindi per un mese le mie patenti sarebbero state al sicuro.
Si, a casa.

Venne cosi il giorno della fatidica partenza.
Ero senza preoccupazioni, e non vedevo l' ora di iniziare la mia avventura. Un poco di apprensione vi era, se devo ammettere. In fondo dovevo cambiare quattro voli aereo, treni, bus...diciamo che non era cosi scontato come viaggio.
Andò tutto bene (a parte essere riuscito a prendere al pelo il volo di partenza da Malpensa!), mi destreggiai bene tra gli imprevisti e vidi tutto quello che mi ero ripromesso prima di partire.
E' stata senz' altro l' avventra più bella della mia vita, anche se solo. Ma visto il mio carattere, feci amicizia con molte persone, quindi mi sentii meno solo lontato dagli amici e da casa.
PROSSIMAMENTE.....LA GUERRA DELLE BIRRE.

In questi anni sono successe molte cose, sono cambiato dentro me . Ma in fondo sono rimasto sempre uguale, sempre lo stesso Valdo. Forse strano, forse stronzo, forse matto. Ma chi mi conosce mi apprezza anche nei miei difetti. Sono loro i miei amici, le persone care che mi accompagnano in questo lungo viaggio chiamato vita. Vita che mi ha regalato emozioni dalle tinte forti, tristezze difficili da superare. Ma la mia forza, quella che mi permette di andare avanti, è cosi' grande che non sopperirò davanti a niente e nessuno.
Perchè non c'è niente di meglio al mondo di me stesso.
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